Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

Il disastro politico di questo paese

è uno specchio della società. E le sue radici sono etiche. Scusate lo sfogo.

Nel momento in cui si sposta la dignità dalle persone alle loro opinioni, tutto è lecito: qualunque stupidaggine ha lo stesso valore di qualunque verità, e l’insulto è gratuito.

Mi era stato insegnato che tutti hanno diritto di esprimere la loro opinione, per quanto insensata fosse, perché tutti hanno la stessa dignità, in quanto umani e cittadini. Invece vedo applicato nella realtà il contrario: ogni opinione ha dignità, ma le persone che le portano avanti possono essere insultate e caricate di odio. Mi è evidente come questa inversione non abbia senso, ma è altrettanto evidente ai miei occhi come si ripeta lo stesso schema: ho diritto a esprimere le mie idee, quindi le mie idee hanno dignità.

E invece no. Le idee non hanno dignità in quanto idee, non possono essere espresse perché tutelate dalla libertà di espressione. La libertà tutela le persone, e solo queste hanno dignità.

Il problema non è che l’idiota ha la stessa dignità del saggio, il problema è che non esistono l’idiota ed il saggio, ma idee idiote ed idee sagge, e persone che le esprimono. Devono essere libere di esprimersi, perché il giudizio non può mai essere anteriore, ma sempre posteriore.

E deve essere tutelata la dignità di una persona, anche se dice delle idiozie. Deve essere chiaro che l’idiozia è un’idiozia, non che chi dice un’idiozia è un idiota ma può aprire bocca. Le persone sono sfacettate, possono cambiare parere, possono avere punti di vista diversi. Ma le idee hanno conseguenze, e non le si può difendere a prescindere. Bisogna difendere il diritto delle persone a dire cose stupide, invece vedo nel quotidiano la strenua difesa di qualunque punto di vista, purché esista e solo perché esiste. La diretta conseguenza di questo è l’odio verso il diverso: poiché non posso odiare un’idea, che magari è aberrante, sono costretto ad odiare chi la esprime, perché se una cosa mi ripugna, non posso accettarla.

Bisogna accettare il diverso, quando il diverso è una persona, non quando è un’opinione. Un’opinione ha una dignità relativa, nel suo contesto, che può essere scientifico, etico, politico, o altro. Ma ha un metro con cui essere misurata, con cui essere etichettata come giusta o sbagliata, come aberrante, come avente o non avete diritto. E ognuno decide quali idee hanno diritto di esistere nel proprio riferimento. Accettare la libertà non significa accettare tutto purché sia, significa accettare che altri la pensano in maniera diversa, magari oggettivamente sbagliata (nei contesti in cui oggettivo ha un significato), ma senza scambiare l’ordine delle cose.

Le idee sono stupide e possono essere odiate, le persone no. Ma il potere esprimere le idee, non siginifca doverle accettare tutte: questo è peggio del relativismo etico, è peggio del nichilismo, è semplicemente stupido, perché tutto ed il contrario di tutto significa semplicemente niente. E per non dire niente si può evitare di sprecare tempo.

Scusate lo sfogo, di nuovo.

 

 

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Alcuni errori comuni

Ho cercato di capire quali sono gli errori più comuni che vengono commessi in una organizzazione, indipendentemente dal suo livello di complessità. Sono riuscito a classificarli in 3 macro-categorie: errori sul tempo, errori sulle persone, errori sulla comunicazione. Sulla comunicazione poi ci sono delle ulteriori sotto-categorie.
Ho deciso di postare le mie riflessioni perché anche se lo scopo primario del blog è cercare di diffondere buone pratiche, le riflessioni su come ottenere questi risultati sono a mio parere sempre utili.
Per quanto riguarda le 3 categorie:
– il tempo su cui agiamo è il presente, imparando dal passato e modificando per quanto possibile il nostro futuro;
– le persone sono il costituente principale delle organizzazioni, tutto il resto è passante, perché informazioni e materiali entrano in un modo ed escono modificati, oppure modificano le persone;
– la comunicazione interna è fondamentale per il funzionamento dell’organizzazione, perché come dice Protagora “sapere una cosa ma non saperla dire è come non saperla”*.
Gli errori compiuti su queste tre categorie sono i più gravi ed i più comuni ed è sempre meglio prevenirli. Tuttavia il primo passo è individuarli nel caso li avessimo già commessi.

Come si vede dal grafico inoltre ci sono errori che rientrano in due o addirittura in tutte e tre le categorie.

*libera traduzione.

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Prostituzione

Repubblica sta portando avanti in questi giorni (a partire dall’8 marzo) un’inchiesta sulla prostituzione.

Molte (e sono in aumento) sono le ragazze o le donne che lo fanno “per scelta”, ma in questa categoria rientrano anche quelle che sono spinte dalla disperazione economica, in un mondo del lavoro che già è crudele ma si accanisce in particolare sulle donne e sui giovani. Conseguentemente le giovani donne sono quelle che risentono doppiamente del fallimento del mercato del lavoro italiano.

Intanto vorrei sottolineare come i commenti siano allineati a quelli che 40 anni fa si facevano sull’aborto: “esiste sempre una scelta, esiste una dignità, un etica” eccetera la fanno da padrone, seguiti a ruota da “è solo una convenzione sociale di bacchettoni e bigotti ma in realtà ogni adulto è libero di fare ciò che si vuole” e solo una piccola minoranza si occupa del problema vero che è, nel caso dell’aborto come in quello della prostituzione, la situazione psichica e sociale di chi compie il gesto e lo paga per tutta la vita.

Per mia fortuna non ho dovuto affrontare personalmente questi problemi e quindi posso fare una riflessione che spero non risulti troppo oziosa.

Mi chiedo però: la prostituzione in senso letterale, ovvero la mercificazione del proprio corpo, è davvero l’unica forma di compromissione della propria dignità? Quante persone vendono la propria dignità in cambio di uno stipendio? Quante persone, soprattutto nella mia generazione, sono costrette ad abbassare non solo le proprie aspettative in termini di soddisfazione lavorativa, ma soprattutto ad essere umiliate per aver compiuto delle scelte umili? A quante persone viene negata la dignità del lavoro o anche di un lavoro?

Se per prostituzione non intendiamo la mercificazione del corpo ma la vendita della dignità in cambio di denaro, allora quasi nessuno si salva nella generazione fra i 25 e i 40 anni, quella certificata di fallimento dalla stessa politica. Siamo una generazione di prostitute, di lavoratori che accettano di fare più o meno qualunque cosa, gettando da parte aspettative e spesso anche formazione. E siamo in questa condizione perché un’intera classe dirigente ha fallito clamorosamente il proprio compito.

Sia ben chiaro che non intendo sminuire o giustificare nessuno per le proprie scelte, perché credo nella libertà e soprattutto nella responsabilità di ciascuno, anche se le scelte di chiunque influiscono su chiunque altro. Voglio però sottolineare come la mancanza di un progetto abbia schiacciato un’intera generazione, e come prima di trovare dei responsabili sia necessario ricostruire un futuro per  quasi 12 milioni di italiani.

(Aggiungo anche quest’altra fonte di dati)

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Scelte di vita o scelte quotidiane?

In questi giorni sto compiendo scelte,  importanti per la mia vita professionale e conseguentemente personale.

Vi invito a leggere questo articolo, banale ma veritiero: non importa se i nostri sforzi produrranno i risultati desiderati, quello che segna la differenza è compiere uno sforzo. Perché sicuramente le cose non cambieranno e anzi certamente peggioreranno se ognuno di noi si siede nella propria convinzione di essere ininfluente.

Sicuramente si è ininfluenti se non ci si prova nemmeno. E soprattutto, si perde il senso di sé stessi.

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