Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

http://www.europaquotidiano.it/2013/05/22/ed-miliband-google-capitalismo-responsabile/

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Democrazia

La democrazia greca è parente stretta dell’idea socratica che la somma di verità parziali riesca a superare, attraverso il dialogo, le singole verità di cui è composta. Né aveva torto Protagora nel sostenere che sapere una cosa ma non saperla dire è esattamente come non saperla.

La nostra democrazia però viene fuori dalla rivoluzione francese e porta con sé il suffragio universale nell’idea che l’uguaglianza della dignità fra le persone (lascito del cristianesimo) porti all’uguaglianza dei diritti e quindi anche al diritto di discutere dei diritti stessi. Certamente allargare il numero di persone sembra, a mio parere ingenuamente, allargare il numero di idee. Storicamente non è andata così, perché noi definiamo “matura” una democrazia rappresentativa in cui le idee sono alternative ma complementari e soprattutto poche.

Ora una delle tante proposte che vogliono sostituire il suffragio universale è la cosiddetta “patente per votare”. Siccome stiamo facendo meno che accademia, non mi impunterò sulla facilità con cui questo principio può essere distorto nella pratica, preferisco concentrarmi sul principio. La causa della malattia della democrazia è il fatto che non sono aumentate le idee, per cui bisognerebbe estendere il diritto di voto, non contrarlo. Il principio dovrebbe essere non “una testa, un voto” ma “un’idea, un voto”. Il punto è: come implementarla?

E qui arriviamo alla complessità dei livelli amministrativi. In Italia si vota per il sindaco, per il presidente della provincia, della regione, per le elezioni nazionali (in altri stati anche). Nella pratica poi le decisioni sulle singole questioni vengono prese collegialmente perché separare le competenze “territoriali” non è semplice e spesso nemmeno utile. Un punto dolente, anche perché troppo spesso genera corruzione, è che le amministrazioni prendono decisioni che non hanno molto senso: quale dirigente sanitario, quali dirigenti nelle partecipate (multiutilities in testa). A parte che non si capisce perché queste decisioni debbano essere prese a livello politico, quando spesso sono molto tecniche, capita che la rappresentanza territoriale non sia rispettata.

Perché non votare sempre e comunque per ognuno di questi aspetti? Perché non posso decidere chi dirigerà l’azienda che smaltisce i miei rifiuti o il direttore dell’ospedale dove sarò assistito in caso di bisogno? Perché non rendere elettive anche le magistrature giudiziarie, ad esempio i PM? A parte le storture a cui il sistema si presta, il principio è che serve competenza, tanto per fare questi lavori quanto per giudicarli (c’è un articolo scientifico che ne parla, appena lo trovo ve lo linko). Ma allora,  perché non fare davvero un patentino?

Innanzi tutto mi sembra ovvio – ma voglio sottolinearlo – per certi ruoli dovrebbe essere richiesta una certa competenza: non è che negli Stati Uniti si eleggono i giudici fra tutti i  cittadini. Per cui abilitazioni professionali e/o pubbliche a svolgere certi lavori, e far votare solo coloro che sono interessati: in che modo, ci si può ragionare. In questo modo la cittadinanza diventa attiva, e vota, su temi di proprio interesse. Ma il patentino non deve averlo chi vota, ma chi deve essere eletto!

Alle prossime puntate…

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Premessa

Anni fa mi chiedevo se era possibile vendere separatamente democrazia, metodo scientifico e capitalismo, ovvero se l’occidente fosse un pacchetto unico non esportabile a pezzi.

Oggi mi rendo conto che la domanda non ha senso, perché per ognuna di quelle vale la massima di Churchill sulla sola democrazia: fa schifo, ma è il metodo migliore che abbiamo trovato fin’ora.

Quindi la ricerca va fatta in direzione di un ampliamento della complessità, non di semplificazione: perché la realtà con cui abbiamo a che fare è più complessa, non meno.

Sto prendendo appunti su di un mondo diverso, un mondo come immagino sarà fatto quello futuro, presumibilmente migliore, ma sicuramente diverso. Sicuramente perché capitalismo e democrazia sono in crisi, e la scienza, in quanto figlia della filosofia, da sempre ha fornito più domande che risposte.

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La repubblica delle nonne. Ancora.

Come dicevo, ed evidentemente non sono l’unico a pensarla così (anche perché la vivo in prima persona così e moltissimi miei amici pure)

GianlucaBriguglia I'm no Jack Kennedy

Tempo fa scrissi un post sul welfare al contrario, per cui sono i nonni ad aiutare i figli e i nipoti e mi chiedevo che cosa sarebbe successo quando una generazione di cinquantenni si sarebbe trovata senza aiuto dai propri nonni e senza possibilità di aiutare i propri figli. Ripropongo il post perché mi pare che la cronaca ci avverta che quel tempo si sta avvicinando in fretta.

La nostra è una repubblica delle nonne (e delle mamme e dei papà). Per i giovani, infatti, la soglia tra povertà e relativa tranquillità non passa dal reddito e dalle capacità, ma dal patrimonio della famiglia di provenienza.

Accedere a posizioni di lavoro permanente è sempre più difficile ed è in atto ormai da almeno un decennio/quindicennio una sproporzione tra stipendi medi e costi delle abitazioni. Quante mensilità ci vogliono per comprare una casa? Quanto si è allungato, rispetto a trent’anni fa…

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A proposito di finalità

A proposito di finalità

“Save the children”  ha detto che in Italia c’è povertà di futuro, riferendosi in particolare a quella dei bambini (di cui l’organizzazione si occupa). Questo è un altro dei tasselli di un mosaico più ampio, ovvero l’incapacità delle nostre classi dirigenti di costruire un progetto che non sia una toppa per risolvere un problema nel momento in cui è troppo tardi.

In Italia si è parlato prima della crisi dei 50-60enni che escono dal mercato del lavoro e non riescono più a rientrarci, con una età pensionabile che si sposta sempre di più, poi della generazione nata dopo il 1970 e che è già troppo vecchia per essere considerata giovane (persino in Italia, dove “giovane” si utilizza per chiunque), poi dei degli under 30, poi dei giovani in senso europeo (15-25), e finalmente anche dei bambini.

Ognuno di questi problemi ha generato delle soluzioni o presunte tali, come se non fossero i vari aspetti di uno stesso problema: la mancanza di un progetto come nazione, come società e come economia. Si è cercato di mascherare questa mancanza di progetti come sovrabbondanza di progetti dovuta alla frammentazione politica, sociale ed economica, confondendo per l’ennesima volta le cause con gli effetti. Nessuna delle proposte, anche fra le poche entrate effettivamente in vigore, ha dato i risultati sperati: perché agendo su una sola leva alla volta, lo sforzo è stato sproporzionato rispetto al risultato.

Un esempio su tutti: la riforma Biagi del lavoro, il cui scopo dichiarato era aumentare l’occupazione. Per un certo periodo ci è riuscita, a discapito degli stipendi però, visto che l’occupazione è aumentata ma non il PIL  (né tantomeno la redistribuzione dei redditi è migliorata).

 

 

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Scuse

Sono stato colpevolmente assente, e non ho scuse se non quelle che sto scrivendo ora

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