Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

Non avevo capito nulla

Contrariamente alle mie abitudini, uso questo spazio per esprimere un’opinione personale sul referendum. Oggi è giorno di silenzio elettorale perché si vota, ma:

  • internet è un’altra nazione
  • non parlerò nel merito

Si è detto che Renzi ha fatto male a personalizzare questo referendum, e che a causa di questo suo errore iniziale rischia di perderlo. In realtà Renzi non rischia nulla.

Il fatto di personalizzare il referendum gli ha consentito di non entrare nel merito di una riforma debole e in parte zoppa, di non entrare nel merito del fatto che la proposta di riforma è stata fatta in condizioni limite, cioè legalmente valide ma moralmente no:

  • perché frutto di una maggioranza parlamentare
  • perché frutto di un parlamento eletto con una legge incostituzionale

Ripeto, non voglio entrare nella polemica riguardo a questo: il parlamento è legittimo e tutto ciò che è stato fatto ha rispettato la legge. Ritengo che moralmente sia stata una forzatura, ma questa è un’opinione personale.

Politicamente però Renzi è un genio, e questo ce l’ha in comune con Berlusconi (questo e il fatto di essere sistematicamente insultato e sottovalutato dai suoi detrattori).

Dico “politicamente è un genio”, perché ha personalizzato un conflitto, in modo da convogliare su una riforma zoppa:

  • i suoi sostenitori, senza se e senza ma
  • coloro che pur non sostenendolo, ritengono che la riforma sia meglio di niente (ad esempio il professor Romano Prodi)

Contemporaneamente, in caso di sconfitta:

  • può sempre dire di averci provato (cosa vera)
  • ha sempre da giocare la carta “non esiste una alternativa attorno al no” (cosa altrettanto vera ma assolutamente non pertinente)

In questo modo lo scenario peggiore per Renzi è che non cambi nulla, cioè lui rimanga in posizione di forza relativa e i suoi avversari non abbiano cartucce da giocare. Ovviamente potrebbe addirittura vincere il sì e questo avrebbe delle notevoli conseguenze sulla carriera di chi ha fatto propaganda per il no, soprattutto se si tratta di leader logori (Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema). Non gli darebbe carta bianca, semplicemente aumenterebbe il suo vantaggio (su questo ho la stessa opinione di Francesco Costa)

Quindi Renzi ha già vinto, ma questo è normale se è sempre lui a dare le carte, e finché i suoi oppositori non hanno la forza (o la volontà) di avere altri argomenti, vincerà sempre. Buon referendum a tutti.

 

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Sui vaccini e gli antivaccinisti

Riporto questa riflessione di Erik Boni. Va letta fino in fondo, perché rivela non un finale a sorpresa bensì due.

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Disoccupazione al contrario

Ribloggo questo blog.

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La riforma della scuola

Non ho ancora un’opinione formata né informata su questa riforma – se mi passate il gioco di parole, per cui vi giro quella di Wittgenstein che assomiglia a come sarebbe la mia se l’avessi.

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La cultura sorda

Riposto un interessante articolo del Post che ben mi ha colpito soprattutto per la concomitanza con i miei studi del momento. In senso stretto ci si potrebbe chiedere se è giusto permettere ad una menomazione (questo il termine tecnico) di permanere solo perché “i primi a volere la schiavitù sono gli schiavi, perché la libertà è troppo pesante da portare”. Se mi passate la metafora, la cultura che si è costruita attorno e grazie alla sordità è un feticcio a cui attaccarsi per evitare la fatica di integrarsi.
Ma ovviamente questo è solo metà del problema: perché in realtà cosa vuol dire integrazione se non il superamento hegeliano della contrapposizione fra segregazione e omologazione? Detto in maniera più semplice: con che diritto si definisce “standard” “normale” e “sano” il fatto di avere una coclea funzionante, soprattutto considerato che stiamo parlando di persone nate così? In loro difesa potrebbero citare l’eugenetica come avversario, ma sarebbe ovviamente una semplificazione perdente perché in effetti qualunque cura di un difetto congenito è in senso ampio eugenetica.
Dobbiamo perciò ricorrere ad argomentazioni più profonde, perché da un lato non è scontato ciò che viene definito malattia e conseguentemente cura, se la persona non si vuole curare, e dall’altro abbiamo un senso ampio e profondo di democrazia intesa come salvaguardia della dignità individuale e valorizzazione delle differenze. Occorre ricordare che – cosa che ho imparato da poco – a disabilità è prima di tutto un problema di come sono strutturati l’ambiente fisico e quello sociale e non solo una conseguenza medica di un trauma o di un errore di programma.
Facciamo una ardita metafora. Ammettiamo che esista un paese, la Pronziskia (dedicata al mio professore), in cui va al potere quella che noi definiremmo una teocrazia. I teocrati sostengono che l’anima è una funzione basilare della mente e del cervello umani e quindi non avere la percezione del sacro e in particolare della loro fede è una grave menomazione genetica incurabile. Essendo incurabile se non per auto-certificazione (quella che noi chiameremmo conversione), ed essendo una grave distorsione della percezione del mondo, coloro che non credono sono privati dei diritti civili (non di quelli umani). Chi non crede nell’Unica Vera Religione sarà lasciato libero di vivere la sua vita ma escluso dal potere politico perché chiaramente incapace di percepire la vera essenza della realtà e come tale minorato in maniera inconciliabile con l’esercizio della democrazia. La Pronziskia è un paese democratico? E’ democratico un paese che decide che alcuni suoi abitanti non sono in alcun modo integrabili nella società perché mancano di una funzione fondamentale del cervello? Soprattutto chi certifica le funzioni cerebrali? Attualmente l’OMS, ma ovviamente un gruppo di scienziati ciechi non definirebbe standard la cecità e millanteria coloro che dicono di vedere?
Prendete la metafora per quello che è, una metafora. Ma il problema di fondo rimane: è democratico un paese che cerca di omologare coloro che sono disfunzionali secondo uno standard definito? O la ricchezza non sta forse nella differenza? Il problema si pone perché esiste la libertà di rifiuto della cura.
Prendiamo ora la democraticissima città stato di Dottoropoli, confinante alla Pronziskia e sempre in pessimi rapporti con questa. A Dottoropoli esiste la libertà di cura, tranne per le malattie ritenute socialmente pericolose. Coloro che presentano disfunzioni cerebrali e mentali che possono essere causa di disordine sociale sono obbligati alla cura o alla reclusione. La fede nell’Unica Vera Religione è considerata una disfunzione con obbligo di cura o alternativamente reclusione. Dottoropoli è una città democratica?
Adesso che vi ho posto il problema e come al solito non ho una soluzione, mi scuso coi miei lettori per la prolungata assenza.

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Un mezzo sbagliato per un fine giusto?

Recentemente ho avuto modo di vedere questo video, che parla dell’immigrazione partendo dai luoghi comuni.

Il video sembra costruito apposta per sostenere una certa tesi. Non essendo un documento scientifico la cosa è lecita, ma ha delle controindicazioni: chi non condivide la tesi iniziale (i pregiudizi sugli stranieri sono infondati) non viene “smontato” da questo video e anzi rafforza il proprio pregiudizio, perché viene urtato a livello emotivo e non confortato da un livello razionale.

Alcuni espedienti retorici (immagino voluti) confermano questa mia impressione.

Nel video:

– gli stranieri hanno una storia personale, un lavoro, dei problemi

– gli italiani, a parte il pensionato, sono anonimi e servono solo come visualizzazione del “pregiudizio”

– gli stranieri sono adulti lavoratori, gli italiani sono ragazzi, alcuni dichiaratamente non lavoratori

– viene preso in causa un esperto di lavoro e immigrazione (italiano) il cui unico ruolo nel video è sbugiardare le affermazioni dei ragazzi di cui sopra. Il meccanismo regge bene perché i ragazzi sono volutamente “italiani che hanno dei pregiudizi”, non delle persone (vedi sopra) né tantomeno un campione statistico. Ad un certo punto ho avuto il sospetto che i ragazzi fossero prezzolati per rispondere in un certo modo.

I dati che vengono mostrati sono parziali senza saperlo: mentre più avanti ci viene spiegato come l’immigrazione clandestina avviene, non viene detto che i clandestini delinquono molto più dei regolari (28 volte di più secondo Luca Ricolfi, “Illusioni Italiche”) e questo, unito alla storica xenofobia italica e soprattutto alla crisi economica, altera notevolmente la percezione del problema e sfocia rapidamente in razzismo.

L’effetto complessivo che ho avuto dal video è “la colpa non è degli stranieri, è degli italiani che sono razzisti”; in pratica anziché eliminare un pregiudizio sembra che se ne voglia creare un altro, cosa che non credo proprio fosse l’obiettivo di chi ha realizzato il video.

Non ho idea di come gestire le frizioni etniche e sociali che inevitabilmente l’immigrazione comporta, ma sicuramente la creazione e l’equa divisione di ricchezza e benessere sono la via maestra per eliminare i pregiudizi. Anche smontare in maniera razionale quelli che sono i pregiudizi può essere utile, ma deve essere fatto in maniera rigorosa: l’immigrazione è un problema anche e soprattutto perché non riusciamo a controllare il flusso di irregolari e ci illudiamo di farlo agendo sui regolari.

Se invece si vuole usare uno strumento di comunicazione emotiva e non razionale, creare contrapposizioni fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato è molto difficile e a mio parere il video, tecnicamente pregevole, non riesce nel suo intento proprio per come è costruito.
Faccio un contro-esempio. Pensate ad un video in cui c’è la storia di un immigrato che lavora e che dichiara di “avere paura” dei clandestini. Nel video vengono intervistate persone “buoniste” che sostengono che gli stranieri vengono qua per lavorare. Poi c’è un esperto di statistiche che vi racconta come la popolazione carceraria degli stranieri sia aumentata notevolmente negli ultimi anni (dato vero, ma parziale perché non dice ad esempio che a parità di reato gli italiani sono ai domiciliari mentre gli stranieri non hanno fissa dimora e devono per forza di cose essere messi in carcere). Infine ci sono interviste a persone che sono state rapinate o derubate da stranieri (anche queste, storie vere, ma ovviamente prese apposta dal mucchio dei reati). Magari vi fanno anche vedere delle registrazioni vere di poliziotti che arrestano persone di colore (deve essere evidente che sono stranieri, poi magari sono italiani da 2-3 generazioni). In pratica è possibile costruire un video in cui il razzismo non esiste ma la realtà è contro gli stranieri, scegliendo in maniera emotivamente simmetrica a “noborder” ciò che mostrare.
Il perché di questo mio accanimento nei confronti di un prodotto artistico costruito evidentemente in buona fede e a fin di bene è presto detto: un mezzo sbagliato per un fine giusto si ritorce facilmente contro chi lo usa.

Infine una nota personale. Credo che l’immigrazione sia una grande risorsa per un paese come l’Italia ammalato di nostalgia. Quando il nostro passato non sarà una gloria da mostrare ma una vergogna, forse riusciremo ad uscire dal pantano in cui ci troviamo da una generazione. Questo però è un altro discorso, che merita un approfondimento altrove.

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Il prezzo della storia

Tempo fa ho sentito in treno due studenti discutere di politica e futuro. Uno dei due (scienze politiche) sosteneva l’idea di cambiare il mondo e l’altro (storia) quella di salvarsi ognuno per sé. Sul momento non ho riflettuto che il dialogo poteva essere archetipico, anche se col senno di poi mi sono reso conto che di questo si trattava: cambiare il mondo o salvarsi da soli?

Da lungo sostengo la necessità di cambiare il mondo, anche se trovare due persone d’accordo sul come è molto difficile… Sul momento quindi ero semplicemente irritato per il discorso dello struzzo dello studente di storia. Poi ho riflettuto a lungo sul come lui poneva il problema. Sintetizzo: “l’impero romano era decadente, si è ripreso solo quando la nuova linfa dei barbari ha sostituito la classe dirigente. Questo paese fa schifo, l’unico modo di salvarsi è distruggerlo e ricostruire da zero.” Aldilà dei numerosi errori etici (dal mio punto di vista) di questo discorso, non ultimo il fatto che una cosa rotta si butta via e si compra nuova, mi sono chiesto: cosa ne pensano le persone che pagano il prezzo della storia?

Vivere all’alba del III millennio ha i suoi indubbi vantaggi (mai c’è stata così poca povertà, mai c’è stata così tanta popolazione, e via discorrendo), ma quale prezzo abbiamo pagato per arrivare a questo? Quante persone sono morte per ottenere i nostri diritti, la nostra ricchezza? E quante hanno sofferto? L’Europa, per guardare solo al mio orticello, non ha mai avuto così tanta uguaglianza e pace: ma quanti morti e quante dittature ci sono state solo il secolo scorso?

In definitiva tutti i discorsi economici o almeno i due principali sulla scena politica da oltre 150 anni, dicono questo: socialismo e liberismo costruiscono un futuro migliore, ma a quale prezzo?

L’economia capitalista ha una capacità incredibile di creare e distribuire ricchezza (è un gioco a somma positiva), ma a quale prezzo? Perché il gioco è vincente nel lungo periodo, come dimostra il fatto che in circa 5 secoli siamo passati dal medioevo a internet anche grazie all’allargamento dei mercati, ma la vita delle persone potrebbe essere troppo corta per coprire questo lungo periodo… Cosa penso del liberismo lo esprime bene la canzone degli ABBA “the winner takes it all”.

Il socialismo come dottrina politica parte da posizioni dichiaratamente avverse al capitalismo per approdare, nella versione social-democratica, ad accettarlo come “male necessario” al superamento delle discriminazioni sociali. Lo scopo della socialdemocrazia dovrebbe essere dunque quello di superare il capitalismo come dottrina economica, ma “nei tempi lunghi della storia”. In pratica la sinistra occidentale si è smarrita e sembra navigare a vista, senza cercare di sostituire il concetto di ricchezza con quello di benessere se non a livello “artigianale” introducendo diritti e cercando di ridistribuire ricchezza tramite servizi equi e tassazione progressiva. Non c’è però un progetto se non appunto di lunghissimo periodo, in cui ancora una volta sono in molti a pagare il prezzo della storia.

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Normalità

Il mese scorso avevo un contratto presso una agenzia interinale. Tale contratto sarebbe dovuto scadere il 9 novembre, ma essendo un contratto da insegnante io e le mie colleghe supponevamo che dovesse essere prorogato. Interrogata sul da farsi, la nostra capo (non so come altro scriverlo) si è mostrata reticente. Infine mercoledì 7 ci ha confermato che il 9 in effetti saremmo scaduti e non ci avrebbe rinnovato, motivo per cui ho scritto “saremmo scaduti” perché in effetti lei ci ha buttato via come si fa con la roba scaduta, quindi il problema non era evidentemente nei nostri contratti ma dentro di noi.

La situazione adesso è degenerata ulteriormente dopo un’altra serie di complicanze, che non riassumo nemmeno per non tediare troppo il lettore. La questione è che sul momento la cosa mi è sembrata normale. Una mia collega di qualche anno più giovane è rimasta invece molto colpita e io ho liquidato la sua ingenuità come tale.

Riflettendoci meglio però non è lei ad essere stata ingenua ma ancora una volta è il mondo che ci piega all’ingiustizia. Recentemente ha fatto scalpore la notizia che tre donne sono state liberate dalla schiavitù in cui erano costrette da una anziana coppia nel centro di Londra nell’anno 2013. Mia moglie mi ha chiesto: “come è possibile che in 3 contro 2 non siano riuscite per 30 anni a liberarsi?”.

La schiavitù è innanzi tutto una condizione dello spirito. Lo schiavo è schiavo perché non riesce a pensare di essere libero, e spesso questo è dovuto al fatto che la sua condizione è “normale”, ovvero condivisa da molte persone e avvallata dalla morale corrente. Il pensiero critico è una conquista quotidian, non è mai per sempre e può sempre venir meno. Per questo mi è sembrato normale non sapere nulla del mio futuro lavorativo, per questo non mi sono fidato delle promesse della mia capo, per questo la collega è “ingenua” perché non si aspettava questo trattamento (al quale, per onor di cronoca, va aggiunto il fatto di non averci pagato che 1 dei 3 stipendi).

La verità vera è che lo schiavo sono io, perché mi sono abituato a questa condizione.

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Realtà e percezione

Uno dei rari casi in cui la percezione coincide con la realtà statistica…

Questo articolo sostiene che il reddito dei 30enni è calato al passare degli anni. I commenti più intelligenti contestano la validità di questa curva, perché potrebbe essere il modello sbagliato, ovvero siccome ora ci sono più anziani con redditi più alti rispetto agli anni ’70,  è il valor medio ad essere più alto e conseguentemente potrebbe non essere grave che i 30enni guadagnino di meno. Forse bisognerebbe comparare il potere d’acquisto o altro, perché la statistica abbia un significato più profondo.

Due cose però vengono fuori di sicuro: chi ha i soldi sono sempre gli stessi, ovvero i nostri genitori. Ne avevano più dei loro quando erano giovani perché erano giovani, e ne hanno più di noi ora perché sono vecchi: tautologicamente inoppugnabile. Del parricidio ho già detto, quindi non insisterò. La seconda cosa, a mio parere più grave, è che anche a chi commenta sembra normale che il reddito cresca con l’età. Nessuno di noi pagherebbe un idraulico di più o di meno a seconda della sua età, a meno che non fosse molto giovane (nel qual caso non lo chiamerebbe proprio). Però tutti noi vorremmo guadagnare sempre di più e per i nostri genitori è stato così. Nessuno di noi pagherebbe un’auto di più o di meno a seconda della sua anzianità. Però tutti noi abbiamo la certezza di invecchiare, per cui può andarci bene così. O forse no…

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I pastafariani ed il loro abuso

I pastafariani, sostenitori dello spaghetti filying monster, vengono spesso usati come argomento dell’uomo di paglia per denigrare alcune o tutte le religioni e molto più spesso per protestare contro atteggiamenti “politicamente corretti” che porterebbero a risultati assurdi. Il più clamoroso di questi è il permesso di portare uno scolapasta in testa nelle foto per i documenti d’identità, che viene appunto usato come straw man argument: dal momento che permettere un pudore religioso può portare a risultati palesemente e soprattutto volutamente ridicoli, bisognerebbe passare sopra a tutte le differenze, anche quelle maggioritarie, e imporre una regola comune.

L’argomento è sbagliato in almeno due punti: il primo è quello di considerare il pudore comune come oggettivo, a differenza di quello religioso, soggettivo e quindi facilmente ridicolizzabile. Dopo farò un esempio per chiarire cosa intendo. Il secondo errore di questo argomento è quello di far vedere che siccome la regola è aggirabile o ridicolizzabile andrebbe abolita. Questo secondo errore può portare a legalizzare praticamente qualunque cosa, dal momento che ad esempio l’omicidio è considerato reato almeno a partire dal codice di Hammurabi e questo divieto è stato sempre aggirato nel corso dei millenni.

Ma affrontiamo ora il primo errore, che è il più grave: il senso comune del pudore. Voi andreste in un paese dove è necessario avere sui documenti di identità una foto dei vostri genitali? In questo paese inoltre è obbligatorio mostrare i propri genitali alla polizia o a chiunque si occupi di pubblica sicurezza per un controllo di routine, ovvero senza che ci sia bisogno di un reato in atto o di un permesso giudiziario. Semplicemente in questo paese sono più abituati a distinguere le persone dai propri genitali che dal proprio volto, senza che questo implichi necessariamente il fatto di tenerli esposti in continuazione.

Se la risposta è sì, allora potete usare questo argomento al posto degli inflazionati pastafariani: io non vi chiederò i diritti.

Se la risposta è no, allora riflettete su quello che è il vostro senso del pudore e su come possa sembrare diverso a chi ha una cultura diversa dalla vostra.

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