Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

Produttività, cioè?

Riprendo da un aggiornamento che mi ero dato per Aurora.

Che senso ha un ospedale che si dà un obiettivo di interventi in sala operatoria o di codici gialli o rossi in pronto soccorso?

Semplice: serve a dimensionare le spese indirette.  Nel caso di un ospedale, poiché i medici per fortuna non sono pagati a prestazione, la “produttività” di un ospedale è data dal numero di interventi (sala o pronto soccorso, per esempio) diviso il numero di medici. Un calcolo più sensato potrebbe ridimensionare questo numero qualora i medici siano oberati di lavoro (come in effetti avviene spesso), ma per capirci possiamo fingere che ci sia una banale proporzionalità diretta e non una funzione a campana.

Il problema però potrebbe essere visto alla rovescia: se io voglio ottenere un certo numero di interventi per essere nell’optimum, come faccio? Basterebbe allargare o stringere il territorio rendendolo “fluido”: un ospedale che serva un comprensorio di un certo tipo potrebbe scambiarsi prestazioni con gli ospedali dei comprensori confinanti. Per fare questo è però necessario tutta una infrastruttura tecnico-informatica e sociale (ad esempio la disponibilità dei pazienti).

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Il prezzo della storia

Tempo fa ho sentito in treno due studenti discutere di politica e futuro. Uno dei due (scienze politiche) sosteneva l’idea di cambiare il mondo e l’altro (storia) quella di salvarsi ognuno per sé. Sul momento non ho riflettuto che il dialogo poteva essere archetipico, anche se col senno di poi mi sono reso conto che di questo si trattava: cambiare il mondo o salvarsi da soli?

Da lungo sostengo la necessità di cambiare il mondo, anche se trovare due persone d’accordo sul come è molto difficile… Sul momento quindi ero semplicemente irritato per il discorso dello struzzo dello studente di storia. Poi ho riflettuto a lungo sul come lui poneva il problema. Sintetizzo: “l’impero romano era decadente, si è ripreso solo quando la nuova linfa dei barbari ha sostituito la classe dirigente. Questo paese fa schifo, l’unico modo di salvarsi è distruggerlo e ricostruire da zero.” Aldilà dei numerosi errori etici (dal mio punto di vista) di questo discorso, non ultimo il fatto che una cosa rotta si butta via e si compra nuova, mi sono chiesto: cosa ne pensano le persone che pagano il prezzo della storia?

Vivere all’alba del III millennio ha i suoi indubbi vantaggi (mai c’è stata così poca povertà, mai c’è stata così tanta popolazione, e via discorrendo), ma quale prezzo abbiamo pagato per arrivare a questo? Quante persone sono morte per ottenere i nostri diritti, la nostra ricchezza? E quante hanno sofferto? L’Europa, per guardare solo al mio orticello, non ha mai avuto così tanta uguaglianza e pace: ma quanti morti e quante dittature ci sono state solo il secolo scorso?

In definitiva tutti i discorsi economici o almeno i due principali sulla scena politica da oltre 150 anni, dicono questo: socialismo e liberismo costruiscono un futuro migliore, ma a quale prezzo?

L’economia capitalista ha una capacità incredibile di creare e distribuire ricchezza (è un gioco a somma positiva), ma a quale prezzo? Perché il gioco è vincente nel lungo periodo, come dimostra il fatto che in circa 5 secoli siamo passati dal medioevo a internet anche grazie all’allargamento dei mercati, ma la vita delle persone potrebbe essere troppo corta per coprire questo lungo periodo… Cosa penso del liberismo lo esprime bene la canzone degli ABBA “the winner takes it all”.

Il socialismo come dottrina politica parte da posizioni dichiaratamente avverse al capitalismo per approdare, nella versione social-democratica, ad accettarlo come “male necessario” al superamento delle discriminazioni sociali. Lo scopo della socialdemocrazia dovrebbe essere dunque quello di superare il capitalismo come dottrina economica, ma “nei tempi lunghi della storia”. In pratica la sinistra occidentale si è smarrita e sembra navigare a vista, senza cercare di sostituire il concetto di ricchezza con quello di benessere se non a livello “artigianale” introducendo diritti e cercando di ridistribuire ricchezza tramite servizi equi e tassazione progressiva. Non c’è però un progetto se non appunto di lunghissimo periodo, in cui ancora una volta sono in molti a pagare il prezzo della storia.

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