Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

Il disastro politico di questo paese

è uno specchio della società. E le sue radici sono etiche. Scusate lo sfogo.

Nel momento in cui si sposta la dignità dalle persone alle loro opinioni, tutto è lecito: qualunque stupidaggine ha lo stesso valore di qualunque verità, e l’insulto è gratuito.

Mi era stato insegnato che tutti hanno diritto di esprimere la loro opinione, per quanto insensata fosse, perché tutti hanno la stessa dignità, in quanto umani e cittadini. Invece vedo applicato nella realtà il contrario: ogni opinione ha dignità, ma le persone che le portano avanti possono essere insultate e caricate di odio. Mi è evidente come questa inversione non abbia senso, ma è altrettanto evidente ai miei occhi come si ripeta lo stesso schema: ho diritto a esprimere le mie idee, quindi le mie idee hanno dignità.

E invece no. Le idee non hanno dignità in quanto idee, non possono essere espresse perché tutelate dalla libertà di espressione. La libertà tutela le persone, e solo queste hanno dignità.

Il problema non è che l’idiota ha la stessa dignità del saggio, il problema è che non esistono l’idiota ed il saggio, ma idee idiote ed idee sagge, e persone che le esprimono. Devono essere libere di esprimersi, perché il giudizio non può mai essere anteriore, ma sempre posteriore.

E deve essere tutelata la dignità di una persona, anche se dice delle idiozie. Deve essere chiaro che l’idiozia è un’idiozia, non che chi dice un’idiozia è un idiota ma può aprire bocca. Le persone sono sfacettate, possono cambiare parere, possono avere punti di vista diversi. Ma le idee hanno conseguenze, e non le si può difendere a prescindere. Bisogna difendere il diritto delle persone a dire cose stupide, invece vedo nel quotidiano la strenua difesa di qualunque punto di vista, purché esista e solo perché esiste. La diretta conseguenza di questo è l’odio verso il diverso: poiché non posso odiare un’idea, che magari è aberrante, sono costretto ad odiare chi la esprime, perché se una cosa mi ripugna, non posso accettarla.

Bisogna accettare il diverso, quando il diverso è una persona, non quando è un’opinione. Un’opinione ha una dignità relativa, nel suo contesto, che può essere scientifico, etico, politico, o altro. Ma ha un metro con cui essere misurata, con cui essere etichettata come giusta o sbagliata, come aberrante, come avente o non avete diritto. E ognuno decide quali idee hanno diritto di esistere nel proprio riferimento. Accettare la libertà non significa accettare tutto purché sia, significa accettare che altri la pensano in maniera diversa, magari oggettivamente sbagliata (nei contesti in cui oggettivo ha un significato), ma senza scambiare l’ordine delle cose.

Le idee sono stupide e possono essere odiate, le persone no. Ma il potere esprimere le idee, non siginifca doverle accettare tutte: questo è peggio del relativismo etico, è peggio del nichilismo, è semplicemente stupido, perché tutto ed il contrario di tutto significa semplicemente niente. E per non dire niente si può evitare di sprecare tempo.

Scusate lo sfogo, di nuovo.

 

 

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Non avevo capito nulla

Contrariamente alle mie abitudini, uso questo spazio per esprimere un’opinione personale sul referendum. Oggi è giorno di silenzio elettorale perché si vota, ma:

  • internet è un’altra nazione
  • non parlerò nel merito

Si è detto che Renzi ha fatto male a personalizzare questo referendum, e che a causa di questo suo errore iniziale rischia di perderlo. In realtà Renzi non rischia nulla.

Il fatto di personalizzare il referendum gli ha consentito di non entrare nel merito di una riforma debole e in parte zoppa, di non entrare nel merito del fatto che la proposta di riforma è stata fatta in condizioni limite, cioè legalmente valide ma moralmente no:

  • perché frutto di una maggioranza parlamentare
  • perché frutto di un parlamento eletto con una legge incostituzionale

Ripeto, non voglio entrare nella polemica riguardo a questo: il parlamento è legittimo e tutto ciò che è stato fatto ha rispettato la legge. Ritengo che moralmente sia stata una forzatura, ma questa è un’opinione personale.

Politicamente però Renzi è un genio, e questo ce l’ha in comune con Berlusconi (questo e il fatto di essere sistematicamente insultato e sottovalutato dai suoi detrattori).

Dico “politicamente è un genio”, perché ha personalizzato un conflitto, in modo da convogliare su una riforma zoppa:

  • i suoi sostenitori, senza se e senza ma
  • coloro che pur non sostenendolo, ritengono che la riforma sia meglio di niente (ad esempio il professor Romano Prodi)

Contemporaneamente, in caso di sconfitta:

  • può sempre dire di averci provato (cosa vera)
  • ha sempre da giocare la carta “non esiste una alternativa attorno al no” (cosa altrettanto vera ma assolutamente non pertinente)

In questo modo lo scenario peggiore per Renzi è che non cambi nulla, cioè lui rimanga in posizione di forza relativa e i suoi avversari non abbiano cartucce da giocare. Ovviamente potrebbe addirittura vincere il sì e questo avrebbe delle notevoli conseguenze sulla carriera di chi ha fatto propaganda per il no, soprattutto se si tratta di leader logori (Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema). Non gli darebbe carta bianca, semplicemente aumenterebbe il suo vantaggio (su questo ho la stessa opinione di Francesco Costa)

Quindi Renzi ha già vinto, ma questo è normale se è sempre lui a dare le carte, e finché i suoi oppositori non hanno la forza (o la volontà) di avere altri argomenti, vincerà sempre. Buon referendum a tutti.

 

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Marinaleda

Prendo spunto da questo articolo, e considero che le informazioni siano corrette. Laddove non lo fossero, questo post è da ritenersi un esercizio teorico.

Saltiamo le obiezioni facili: funziona perché è un mercato chiuso, funziona perché è un mercato aperto, funziona perché è nel piccolo, eccetera. Non ho i dati per queste obiezioni che quindi sarebbero opinioni contrapposte ad un fatto: non c’è disoccupazione. Un dato ed una obiezione interessanti sarebbero invece la valutazione del tasso di emigrazione: un modo per raggiungere la piena occupazione è che i disoccupati vadano a cercare lavoro altrove.

Per quanto concerne questo blog però il dato che mi incuriosisce e mi interessa è che l’obiettivo sia la piena occupazione. Come in molti altri casi, mi sembra sempre che si confondano i mezzi con gli scopi. La piena occupazione è lo scopo? O è il benessere sociale e individuale? A cosa rinuncianogli abitanti di Marinaleda, ammesso che a qualcosa rinuncino, per essere tutti occupati?

Apriamo una parentesi: vi ricordo che la legge Biagi, la 235/2003, ha aumentato l’occupazione in un periodo in cui il PIL non è aumentato in maniera corrispondente e addirittura è diminuito. Questo significa, facendo i conti della serva, che gli stipendi sono calati. (dati mancanti)

E’ presto detto (basta leggere il resto dell’articolo): “Il salario è lo stesso per tutti, qualunque sia la mansione”. Questo comporta:

  • disincentivo allo studio, alla ricerca, all’investimento tecnologico
  • disincentivo all’emancipazione, alla valorizzazione del sé e delle differenze
  • svalorizzazione del lavoro, della qualità dello stesso, del tipo di lavoro, della sua effettiva utilità
  • valorizzazione del tempo come unica risorsa individuale e ancora una volta omologazione, abbattimento della produttività
  • monetizzazione del tempo libero e della propria identità individuale

Perché accade questo? Perché si è confuso un mezzo con un fine: la piena occupazione non è un valore in sé, perché un tasso fisiologico di disoccupazione crea migrazioni, che nel lungo periodo sono un bene per tutti, innovazione (non ho un lavoro, me lo devo inventare).

Per essere più precisi, si è compiuto il più banale degli errori logici:

“se da A consegue B, allora da NOT(A) consegue NOT(B)” è una formula sbagliata. La forma corretta a rigor di logica è:

“se da A consegue B, allora da NOT(B) consegue NOT(A)”.

Se dalla disoccupazione consegue infelicità, allora dalla piena occupazione consegue felicità è un errore logico. Formalmente è:

“se dalla disoccupazione consegue infelicità, allora dalla felicità consegue piena occupazione”, il che è sorprendente ma corretto da un punto di vista matematico. Però quello che vediamo è che la disoccupazione cala in quei paesi in cui il benessere sociale è visto come fine ultimo e questo viene raggiunto anche tramite, ad esempio, la cultura, che è un mezzo come un altro per rendere felici le persone.

 

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Le primarie del PD: un’operazione di marketing sociale

Domenica scorsa i militanti ed i simpatizzanti del PD hanno votato per eleggere il segretario nazionale del PD.

Formalmente questa elezione è lontana dalle politiche, anche se i dietrologi sono al lavoro 24 ore su 24 per fornire spiegazioni più convincenti del perché e del percome. Una delle domande più frequenti è “perché per eleggere un segretario si fanno votare anche i non iscritti?”, subito seguita dalla sottolineatura che il dato delle primarie è in questo caso molto discordante con quello dei circoli e quindi a maggior ragione non si sarebbe dovuto fare. “Quando si nomina un amministratore di condominio votano solo quelli del condominio, non quelli di tutta la città” o “quando si elegge il sindaco di una città non votano tutti gli italiani”.

Gli errori che a mio parere sono insiti nel ragionamento sono di due tipi: uno di tipo logico e uno di tipo pratico. Specularmente, i motivi per cui il PD ha scelto di fare le primarie sono due: uno ideologico che risponde all’errore logico e uno di opportunità che risponde all’errore pratico.

L’errore logico è considerare le ricadute di quello che facciamo solo nell’ambito circoscritto in cui operiamo. Esistono stakeholder aldifuori della nostra organizzazione, sia essa un partito o una azienda. Il sindaco di una città prenderà decisioni le cui conseguenze ricadranno anche su quelli che in città ci lavorano senza abitare o aver diritto di voto: immigrati, pendolari, eccetera. Quindi se il sindaco fosse eletto dai lavoratori della città la cosa non sarebbe così strana, o no? Il condominio deciderà se far passare la pubblicità, come e quanto pulire, riscaldare, eccetera: queste scelte ricadranno sia sui fornitori pagati che non dovrebbero avere più di tanto voce in capitolo che sui fornitori “estranei”, ad esempio i postini, i quali si adatteranno a decisioni altrui. Il PD ha ideologicamente considerato che essendo il partito di maggioranza relativa in parlamento e nel governo, le sue decisioni influenzeranno la vita di tutti gli italiani, sia quelli che lo hanno votato l’anno scorso (con un candidato e segretario diversi) sia tutti quelli – la maggior parte – che non lo hanno votato.

L’errore pratico è pensare che il risultato di questa operazione allargata sia invalidato dalla discrepanza con il voto degli iscritti. Se il voto delle primarie dovesse coincidere o allinearsi col voto degli iscritti, le primarie stesse sarebbero una perdita di tempo. La differenza di voto invece serve a capire qual è l’interesse dell’utente primario, ovvero il proprio elettore fidelizzato, quello che va a votare alle primarie. L’opportunità, per il PD, è stata duplice: una prova di forza (circa 2 milioni e mezzo di persone coinvolte) rispetto alle altre organizzazioni politiche e sociali che si agitano in questo periodo e una conferma della scelta fatta non sulla testa degli elettori ma condividendo con loro la responsabilità.

In  questa operazione c’è molto marketing sociale: trasparenza (ancora non del tutto, siamo in attesa dei bilanci), stakeholder engage, revenue (i 2 euro), impatto sociale, impatto di immagine, responsabilità condivisa.

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Parricidio

E’ un po’ che lavoro su questo post, ma non sapevo quando e come pubblicarlo.

Nel frattempo il mondo è andato avanti, e in Italia il PdL si è scisso, anche se ci sta mettendo un sacco. Confesso che volevo sapere come andava a finire la storia del parricidio di Berlusconi da parte di Alfano. Come giustamente ha fatto notare qualcuno, Alfano è una creatura di Berlusconi, non un suo alleato, non un “figlio del berlusconismo” (qualunque cosa voglia dire questa esperessione). Politicamente, è figlio suo. E politicamente, Alfano deve ucciderlo: perché in natura è il giovane che ammazza il vecchio, anche se il vecchio avesse ragione.

Ovviamente il discorso era più ampio, ed ero partito da questo paragrafo:

“Ci disarma infatti l’inclinazione a pensare che la nostra vita sia, innanzitutto, un frammento conclusivo della vita dei nostri genitori, solo affidato alla nostra cura. Come se ci avessero incaricato, in un momento di stanchezza, di tenere un attimo quell’epilogo per loro prezioso – ci si aspettava da noi che lo restituissimo, prima o poi, intatto. L’avrebbero poi ricollocato a posto, formando la rotondità di una vita compiuta, la loro. Ma ai nostri padri stanchi, che si erano fidati di noi, noi restituiamo il taglio di cocci affilati, oggetti scappati di mano. Nel sordo strisciare di un simile fallimento, non troviamo il tempo di riflettere, né la luce di una ribellione. Solo l’immobilità sorda della colpa. Così tornerà nostra, la nostra vita, quando sarà ormai troppo tardi. ”

A. Baricco, Emmaus, Feltrinelli editore.

Come generazione, siamo numericamente inconsistenti, politicamente irrilevanti (ma se dessimo la cittadinanza con meno restrizioni, le cose cambierebbero*) e mantenuti in uno status di “figli di”. Fisiologicamente incapaci di compiere il parricidio, che è evolutivamente necessario alla cultura per crescere: per non peccare di ingratitudine, restituiamo il taglio di cocci affilati. Abbiamo preferito, e questa è responsabilità tanto nostra quanto dei nostri padri, che ognuno di noi si salvasse da solo anziché costruire un futuro come nazione e quindi come generazione e anche per questo è aumenta la disuguaglianza sociale.

La ribellione non ha senso: contro chi ci dobbiamo ribellare, contro chi ci ha accudito, cresciuto, fatto studiare e adesso ci mantiene anche? In realtà sì, ma è difficile da accettare.

A ben vedere però è la nostra cultura gerontofila e gerontocratica di italiani a rifiutare il parricidio: il passato è sempre un’età dell’oro che non si può disconoscere. Così il rinascimentali idolatravano la Roma antica, così si è creato il mito del risorgimento, così quello della resistenza (i nazisti almeno avevano il buon gusto di essere tedeschi, ma i fascisti eravamo sempre noi…) e conseguentemente l’intoccabilità della costituzione, contro ogni buon senso. Non si tratta di ridimensionare il lavoro dell’assemblea costituente, si tratta solo di riconoscere che quel testo è stato scritto in un mondo in cui le potenze erano appena passate da 7 a 2, in cui l’economia doveva ricostruire sulle macerie, in cui i diritti erano stati calpestati dallo Stato stesso, la tecnologia era ad un certo livello. Adesso esistono altri 2 livelli di tecnologia (l’informatica e la rete), la scienza rende obsoleti o insensati alcuni diritti, l’economia è girata al contrario, perché non siamo più noi a fabbricare, il mondo è multipolare e la Nazione deve cedere sovranità al contesto continentale. Come può essere intoccabile la Costituzione?

Come può esistere un mito del ’68, se i fascisti erano stati sconfitti nel ’45?

Fra i tanti problemi dell’Italia c’è il parricidio, o meglio l’incapacità di compierlo. In questi giorni si discute di cambiare la costituzione, con i se ed i ma del caso: perché non è possibile mettere in discussione la costituzione senza tirare dentro i padri costituenti, i partigiani che hanno costruito la repubblica. Il fatto che siano passati quasi 70 anni è irrilevante in un paese gerontofilo e gerontocratico in cui il Presidente della Repubblica, rieletto, è un ex partigiano. La mia generazione (1975-1990) è fatta di mantenuti, emigranti, raccomandati e falliti, perché altre scelte non ci sono state date. I più bravi sono entrati in più categorie contemporaneamente…

Mi permetto di insistere sulla costituzione, pur non essendo un esperto in materia, perché credo sia importante sottolineare fin dove arriva l’impossibilità di parlare male dei nostri padri. Molti paesi hanno sofferto regimi di tipo fascista, ma il nome ed il concetto sono nati in Italia. Eppure la Spagna ha avuto una guerra civile e un ritorno brusco alla democrazia. Eppure la Germania ha avuto un “anno zero” (bellissimo film di cui consiglio la visione, per capire cosa sono davvero le macerie morali), il Cile un referendum. Noi abbiamo avuto la “liberazione”, dovuta ai partigiani o agli americani a seconda di chi la racconta. Ma la liberazione da cosa? Da noi stessi? E’ possibile liberarsi dei propri demoni senza ucciderli? E la costituzione è diventata a sua volta intoccabile, perché consegnata ai “padri costituenti”. Non è più nostra, non è uno strumento per tutelare l’Italia e gli italiani, è sacra e inviolabile. Persino il fascismo in Italia è stato salvato dal parricidio, perché noi siamo stati “liberati” dal giogo tedesco e dai fascisti, che erano evidentemente marziani, poiché di guerra civile non si parla. I nostri padri non sono mai cattivi, nemmeno quando sono consegnati alla storia o quasi. L’unità d’Italia è sacra e intoccabile, anche se sotto gli occhi di tutti è la disparità fra nord e sud, ma evidentemente la colpa è di noi qui ed ora, non dei padri dell’unità che non sono riusciti nei loro intenti. Il rinascimento col suo splendore miope ha rivalutato il passato senza progettare un futuro politico ma è intoccabile, anche se ci ha consegnato legati mani e piedi alle monarchie europee per oltre 2 secoli. E così via…

 

*Mi riprometto di ritrovare l’articolo che spiega bene questa cosa.

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Alcune critiche al ricambio generazionale

Ciclicamente viene fuori una proposta di legge per favorire un ricambio generazionale occupazionale, utilizzando il metodo della staffetta. Su quali siano gli effetti di questa riforma ci sono solamente punti di vista ingenui o scettici. In effetti, data anche la scarsa propulsione della proposta, non si capisce mai se chi la fa è un marziano che non ha mai partecipato al dibattito sulle politiche occupazionali o semplicemente cerca di far parlare di cose inesistenti per motivi suoi.

Il più puntuale analista della situazione è Davide De Luca, che occupandosi principalmente di fact-checking ha un approccio sanamente scettico ai problemi. Specchio di questa sua impostazione è il cappello introduttivo in cui spiega “non si tratta di un vero e proprio fact-checking”: infatti stiamo parlando di opinioni e previsioni sul futuro, quindi l’unica cosa che si può fare è usare il buon senso e andare a cercare modelli simili già vigenti. L’articolo di De Luca è rivela qual è il vero problema dietro la proposta: ci sono solo controesempi e nessuno studio serio sui possibili effetti positivi.

Tutti i commentatori sono infatti unanimi nel considerare due aspetti:

A) In nessun paese esiste una correlazione fra l’occupazione degli over 55 e la disoccupazione under 25

B) Il modello è ingenuo perché si rifà al “modello superfisso” che è il vero argomento dell’uomo di paglia a cui si rifà costantemente noiseFromAmerika

Per quanto riguarda il primo argomento, mi trova molto d’accordo: e in effetti proprio noiseFromAmerika riporta, onestamente, che esiste addirittura una debole correlazione proprio fra occupazione under  25 e over 55, pur non essendoci probabilmente una causalità. Infatti, e la cosa dovrebbe essere evidente, semplicemente nei paesi dove l’occupazione è più bassa sono le frange meno produttive le prime ad essere scartate, ovvero giovani, anziani, donne. Da sottolineare come “meno produttive” è un eufemismo per affermare “con meno diritti”, ovvero con maternità, ferie, malattie, formazione. Quest’ultima però è solo un’opinione mia personale.

Anche lavoce.info sottolinea come questa correlazione non esista e le politiche occupazionali siano tenute a garantire l’occupazione di tutti, perché altrimenti i costi diventano insostenibili.

Il secondo argomento, quello dell’uomo di paglia, è facilitato come dicevo dall’ingenuità di chi fa queste proposte. Infatti il modello “superfisso” di cui sopra, ovvero l’idea che il numero di posti di lavoro sia fisso e che pensionare un anziano automaticamente liberi posti per un giovane , è chiaramente di una ingenuità così mostruosa che solo qualcuno in malafede può proporla. Per questo di solito si usa la versione “addolcita”: un lavoratore con 40 anni di esperienza va in pensione, al suo posto ne viene messo uno con 35 (sempre di esperienza), al posto di quello uno di 30, e così via fino ad assumere un giovane al posto di qualcuno che ha 5 anni di esperienza. Promozione sociale per tutti, riposo agli anziani, opportunità ai giovani, produttività aumentata da fatto che i sostituti hanno più energia e presumibilmente più duttilità ad apprendere, soprattutto in relazione alle nuove tecnologie. Questa variante è ancora utopistica ma viene avversata con l’argomento del maggiore costo: cioè mantenere un lavoratore anziano costa di più che mantenere un lavoratore giovane + un pensionato. Ovviamente questa obiezione ha un sua verità intrinseca: i numeri sono numeri, i costi sono effettivamente più alti per il ricambio generazionale che per lo status quo.

Allora? Allora quello che un governo degno di questo nome dovrebbe fare sarebbe sostenere la propria posizione sulla base di due argomenti: il minor costo sociale e l’idea (keynesiana, se volete) di introdurre una forzante nel mercato.

Le analisi riportate sopra sottolineano come storicamente non sia possibile una sostituzione lineare dei lavoratori e che per farlo bisogna aumentare la spesa pubblica o costringere i lavoratori anziani a rinunciare a parte dei loro diritti (leggi pensioni). Sui diritti dei lavoratori anziani ci sarebbe molto da dire e ci tornerò. Forse perché appartengo alla generazione sbagliata ritengo che sì, i diritti acquisiti non si toccano ma anche che i diritti o sono di tutti o si chiamano privilegi (ivi compresi malattia, maternità, ferie).

Un governo che voglia imporre questa scelta dovrebbe quindi fare una analisi seria di impatto sociale e di costo sociale di una disoccupazione maggiore a fronte di una maggiore spesa pubblica, anche solamente, per esempio, dimostrando che una maggiore occupazione porta ad un aumento tale del PIL da giustificare la scelta di aumentare la spesa, per esempio diminuendo il rapporto debito/PIL. Inoltre bisognerebbe mettere in atto tutta una serie di politiche che favoriscano la promozione sociale e lavorativa, ovvero la staffetta fra lavoratori con 5 anni di differenza sia interna che fra varie aziende, promuovendo da un lato la maggiore mobilità lavorativa e dall’altro facendo capire alle imprese che la promozione interna conviene sempre e comunque.

Certo che se in Italia gli imprenditori non hanno coraggio bisogna che ce l’abbia almeno il governo…

 

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A proposito di finalità

A proposito di finalità

“Save the children”  ha detto che in Italia c’è povertà di futuro, riferendosi in particolare a quella dei bambini (di cui l’organizzazione si occupa). Questo è un altro dei tasselli di un mosaico più ampio, ovvero l’incapacità delle nostre classi dirigenti di costruire un progetto che non sia una toppa per risolvere un problema nel momento in cui è troppo tardi.

In Italia si è parlato prima della crisi dei 50-60enni che escono dal mercato del lavoro e non riescono più a rientrarci, con una età pensionabile che si sposta sempre di più, poi della generazione nata dopo il 1970 e che è già troppo vecchia per essere considerata giovane (persino in Italia, dove “giovane” si utilizza per chiunque), poi dei degli under 30, poi dei giovani in senso europeo (15-25), e finalmente anche dei bambini.

Ognuno di questi problemi ha generato delle soluzioni o presunte tali, come se non fossero i vari aspetti di uno stesso problema: la mancanza di un progetto come nazione, come società e come economia. Si è cercato di mascherare questa mancanza di progetti come sovrabbondanza di progetti dovuta alla frammentazione politica, sociale ed economica, confondendo per l’ennesima volta le cause con gli effetti. Nessuna delle proposte, anche fra le poche entrate effettivamente in vigore, ha dato i risultati sperati: perché agendo su una sola leva alla volta, lo sforzo è stato sproporzionato rispetto al risultato.

Un esempio su tutti: la riforma Biagi del lavoro, il cui scopo dichiarato era aumentare l’occupazione. Per un certo periodo ci è riuscita, a discapito degli stipendi però, visto che l’occupazione è aumentata ma non il PIL  (né tantomeno la redistribuzione dei redditi è migliorata).

 

 

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Giustizia – mi spiego meglio

Il problema in Italia non è che mancano leggi adeguate alle situazioni (il conflitto di interessi esiste dal 1957, per dire), ma manca la volontà o la capacità di applicarle.

Dal 2001 ad oggi ho raccolto 14 timbri sulla mia scheda elettorale, fra elezioni politiche, locali, referendum. Significa che ho votato più di una volta all’anno in un sistema considerato “stabile e bipolare”. Ma votare spesso non è segno di democrazia, ma segno che non esiste una classe dirigente in grado di prendersi la responsabilità di governare.

 

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Cominciamo male

Siccome siamo in campagna elettorale, partiamo da qui. Fare politica, e parlare di politica, in Italia è perlopiù tifoseria. Sarebbe interessante “fare le pulci” ai programmi, ai candidati, dal punto di vista della congurenza fra le finalità dichiarati ed i mezzi utilizzati. Non credo ne avrò il tempo, intanto la campagna si è avvitata su due temi: replicare a qualunque stupidaggine dice Berlusconi, che fa notizia semplicemente esistendo; chi vincerà in Lombardia, che è l’unica regione in cui ha senso vincere le elezioni.

Nessuno dei due argomenti è interessante, nessuno dei due argomenti ha una finalità ma è un mezzo per ottenere un altro mezzo che è il potere. Sembra invece che il potere sia visto come un fine. Sembra che vincere o perdere le elezioni sia più importante che governare. Questo è un esempio lampante di come un mezzo poco etico, ovvero un argomento vacuo,  non può che condurre ad un fine poco etico, ovvero il potere fine a sé stesso.

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