Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

Disoccupazione al contrario

Ribloggo questo blog.

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Dal veterinario

Ribloggo un post interessante e scritto piuttosto bene il cui contenuto, sul costo delle prestazioni veterinarie, mi tocca da vicino per motivi personali.  La qualità si paga, il lavoro si paga, due concetti chiave.

Mi secca solo dover precisare che purtroppo al giorno d’oggi nessun lavoro è immune dalla critica di dover essere pagato…

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Un mezzo sbagliato per un fine giusto?

Recentemente ho avuto modo di vedere questo video, che parla dell’immigrazione partendo dai luoghi comuni.

Il video sembra costruito apposta per sostenere una certa tesi. Non essendo un documento scientifico la cosa è lecita, ma ha delle controindicazioni: chi non condivide la tesi iniziale (i pregiudizi sugli stranieri sono infondati) non viene “smontato” da questo video e anzi rafforza il proprio pregiudizio, perché viene urtato a livello emotivo e non confortato da un livello razionale.

Alcuni espedienti retorici (immagino voluti) confermano questa mia impressione.

Nel video:

– gli stranieri hanno una storia personale, un lavoro, dei problemi

– gli italiani, a parte il pensionato, sono anonimi e servono solo come visualizzazione del “pregiudizio”

– gli stranieri sono adulti lavoratori, gli italiani sono ragazzi, alcuni dichiaratamente non lavoratori

– viene preso in causa un esperto di lavoro e immigrazione (italiano) il cui unico ruolo nel video è sbugiardare le affermazioni dei ragazzi di cui sopra. Il meccanismo regge bene perché i ragazzi sono volutamente “italiani che hanno dei pregiudizi”, non delle persone (vedi sopra) né tantomeno un campione statistico. Ad un certo punto ho avuto il sospetto che i ragazzi fossero prezzolati per rispondere in un certo modo.

I dati che vengono mostrati sono parziali senza saperlo: mentre più avanti ci viene spiegato come l’immigrazione clandestina avviene, non viene detto che i clandestini delinquono molto più dei regolari (28 volte di più secondo Luca Ricolfi, “Illusioni Italiche”) e questo, unito alla storica xenofobia italica e soprattutto alla crisi economica, altera notevolmente la percezione del problema e sfocia rapidamente in razzismo.

L’effetto complessivo che ho avuto dal video è “la colpa non è degli stranieri, è degli italiani che sono razzisti”; in pratica anziché eliminare un pregiudizio sembra che se ne voglia creare un altro, cosa che non credo proprio fosse l’obiettivo di chi ha realizzato il video.

Non ho idea di come gestire le frizioni etniche e sociali che inevitabilmente l’immigrazione comporta, ma sicuramente la creazione e l’equa divisione di ricchezza e benessere sono la via maestra per eliminare i pregiudizi. Anche smontare in maniera razionale quelli che sono i pregiudizi può essere utile, ma deve essere fatto in maniera rigorosa: l’immigrazione è un problema anche e soprattutto perché non riusciamo a controllare il flusso di irregolari e ci illudiamo di farlo agendo sui regolari.

Se invece si vuole usare uno strumento di comunicazione emotiva e non razionale, creare contrapposizioni fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato è molto difficile e a mio parere il video, tecnicamente pregevole, non riesce nel suo intento proprio per come è costruito.
Faccio un contro-esempio. Pensate ad un video in cui c’è la storia di un immigrato che lavora e che dichiara di “avere paura” dei clandestini. Nel video vengono intervistate persone “buoniste” che sostengono che gli stranieri vengono qua per lavorare. Poi c’è un esperto di statistiche che vi racconta come la popolazione carceraria degli stranieri sia aumentata notevolmente negli ultimi anni (dato vero, ma parziale perché non dice ad esempio che a parità di reato gli italiani sono ai domiciliari mentre gli stranieri non hanno fissa dimora e devono per forza di cose essere messi in carcere). Infine ci sono interviste a persone che sono state rapinate o derubate da stranieri (anche queste, storie vere, ma ovviamente prese apposta dal mucchio dei reati). Magari vi fanno anche vedere delle registrazioni vere di poliziotti che arrestano persone di colore (deve essere evidente che sono stranieri, poi magari sono italiani da 2-3 generazioni). In pratica è possibile costruire un video in cui il razzismo non esiste ma la realtà è contro gli stranieri, scegliendo in maniera emotivamente simmetrica a “noborder” ciò che mostrare.
Il perché di questo mio accanimento nei confronti di un prodotto artistico costruito evidentemente in buona fede e a fin di bene è presto detto: un mezzo sbagliato per un fine giusto si ritorce facilmente contro chi lo usa.

Infine una nota personale. Credo che l’immigrazione sia una grande risorsa per un paese come l’Italia ammalato di nostalgia. Quando il nostro passato non sarà una gloria da mostrare ma una vergogna, forse riusciremo ad uscire dal pantano in cui ci troviamo da una generazione. Questo però è un altro discorso, che merita un approfondimento altrove.

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Marinaleda

Prendo spunto da questo articolo, e considero che le informazioni siano corrette. Laddove non lo fossero, questo post è da ritenersi un esercizio teorico.

Saltiamo le obiezioni facili: funziona perché è un mercato chiuso, funziona perché è un mercato aperto, funziona perché è nel piccolo, eccetera. Non ho i dati per queste obiezioni che quindi sarebbero opinioni contrapposte ad un fatto: non c’è disoccupazione. Un dato ed una obiezione interessanti sarebbero invece la valutazione del tasso di emigrazione: un modo per raggiungere la piena occupazione è che i disoccupati vadano a cercare lavoro altrove.

Per quanto concerne questo blog però il dato che mi incuriosisce e mi interessa è che l’obiettivo sia la piena occupazione. Come in molti altri casi, mi sembra sempre che si confondano i mezzi con gli scopi. La piena occupazione è lo scopo? O è il benessere sociale e individuale? A cosa rinuncianogli abitanti di Marinaleda, ammesso che a qualcosa rinuncino, per essere tutti occupati?

Apriamo una parentesi: vi ricordo che la legge Biagi, la 235/2003, ha aumentato l’occupazione in un periodo in cui il PIL non è aumentato in maniera corrispondente e addirittura è diminuito. Questo significa, facendo i conti della serva, che gli stipendi sono calati. (dati mancanti)

E’ presto detto (basta leggere il resto dell’articolo): “Il salario è lo stesso per tutti, qualunque sia la mansione”. Questo comporta:

  • disincentivo allo studio, alla ricerca, all’investimento tecnologico
  • disincentivo all’emancipazione, alla valorizzazione del sé e delle differenze
  • svalorizzazione del lavoro, della qualità dello stesso, del tipo di lavoro, della sua effettiva utilità
  • valorizzazione del tempo come unica risorsa individuale e ancora una volta omologazione, abbattimento della produttività
  • monetizzazione del tempo libero e della propria identità individuale

Perché accade questo? Perché si è confuso un mezzo con un fine: la piena occupazione non è un valore in sé, perché un tasso fisiologico di disoccupazione crea migrazioni, che nel lungo periodo sono un bene per tutti, innovazione (non ho un lavoro, me lo devo inventare).

Per essere più precisi, si è compiuto il più banale degli errori logici:

“se da A consegue B, allora da NOT(A) consegue NOT(B)” è una formula sbagliata. La forma corretta a rigor di logica è:

“se da A consegue B, allora da NOT(B) consegue NOT(A)”.

Se dalla disoccupazione consegue infelicità, allora dalla piena occupazione consegue felicità è un errore logico. Formalmente è:

“se dalla disoccupazione consegue infelicità, allora dalla felicità consegue piena occupazione”, il che è sorprendente ma corretto da un punto di vista matematico. Però quello che vediamo è che la disoccupazione cala in quei paesi in cui il benessere sociale è visto come fine ultimo e questo viene raggiunto anche tramite, ad esempio, la cultura, che è un mezzo come un altro per rendere felici le persone.

 

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Normalità

Il mese scorso avevo un contratto presso una agenzia interinale. Tale contratto sarebbe dovuto scadere il 9 novembre, ma essendo un contratto da insegnante io e le mie colleghe supponevamo che dovesse essere prorogato. Interrogata sul da farsi, la nostra capo (non so come altro scriverlo) si è mostrata reticente. Infine mercoledì 7 ci ha confermato che il 9 in effetti saremmo scaduti e non ci avrebbe rinnovato, motivo per cui ho scritto “saremmo scaduti” perché in effetti lei ci ha buttato via come si fa con la roba scaduta, quindi il problema non era evidentemente nei nostri contratti ma dentro di noi.

La situazione adesso è degenerata ulteriormente dopo un’altra serie di complicanze, che non riassumo nemmeno per non tediare troppo il lettore. La questione è che sul momento la cosa mi è sembrata normale. Una mia collega di qualche anno più giovane è rimasta invece molto colpita e io ho liquidato la sua ingenuità come tale.

Riflettendoci meglio però non è lei ad essere stata ingenua ma ancora una volta è il mondo che ci piega all’ingiustizia. Recentemente ha fatto scalpore la notizia che tre donne sono state liberate dalla schiavitù in cui erano costrette da una anziana coppia nel centro di Londra nell’anno 2013. Mia moglie mi ha chiesto: “come è possibile che in 3 contro 2 non siano riuscite per 30 anni a liberarsi?”.

La schiavitù è innanzi tutto una condizione dello spirito. Lo schiavo è schiavo perché non riesce a pensare di essere libero, e spesso questo è dovuto al fatto che la sua condizione è “normale”, ovvero condivisa da molte persone e avvallata dalla morale corrente. Il pensiero critico è una conquista quotidian, non è mai per sempre e può sempre venir meno. Per questo mi è sembrato normale non sapere nulla del mio futuro lavorativo, per questo non mi sono fidato delle promesse della mia capo, per questo la collega è “ingenua” perché non si aspettava questo trattamento (al quale, per onor di cronoca, va aggiunto il fatto di non averci pagato che 1 dei 3 stipendi).

La verità vera è che lo schiavo sono io, perché mi sono abituato a questa condizione.

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Rassegna stampa – 1

Questi due articoli sono usciti più o meno in contemporanea nei giorni scorsi…

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/competitivita-formazione-e-ricchezza-lanomalia-italiana/settembre

http://www.linkiesta.it/telecom-colosseo

Il primo racconta del fatto che l’Italia vive consumando le proprie risorse senza produrne di nuove (e questo si capiva vedendo il PIL che calava) e mette in relazione questo fatto con lo scarso investimento in formazione.

Il secondo sottolinea come la classe imprenditoriale italiana sia stata inadeguata di fronte alla globalizzazione e abbia dovuto cedere il passo.

Qual è la causa e qual è l’effetto? In realtà non importa, perché il mondo presenta una coerenza tale per cui causa ed effetto si mostrano solo come aspetti successivi di uno stesso fenomeno, in questo caso l’incapacità di gestire il cambiamento da parte di coloro che avevano la responsabilità di farlo.

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Mattatoio n°5

“Da molto tempo si è insegnato agli americani a odiare tutti coloro che non vogliono o non possono lavorare, e addirittura a odiarsi, per questo.”
In realtà questa frase viene da “Perle ai porci ovvero Dio la benedica, Mr. Rosewater”, che non ho letto, ma in “Mattatoio n°5” c’è un nazista che esprime un concetto simile, del tipo che l’unica cosa che gli Stati Uniti hanno insegnato al mondo è ad odiare i poveri.
In sostanza il colpevole di questo modo di pensare è il liberismo come dottrina sociale oltre che economica. Come dicevo, non solo ci siamo privati dei diritti, del denaro e della speranza, ma ci siamo anche convinti che fosse una buona idea!

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http://www.huffingtonpost.it/arianna-huffington/il-terzo-parametro-varca-i-confini-la-ridefinizione-del-successo-diventa-globale_b_3676902.html?utm_hp_ref=italy

http://www.huffingtonpost.it/arianna-huffington/il-terzo-parametro-varca-i-confini-la-ridefinizione-del-successo-diventa-globale_b_3676902.html?utm_hp_ref=italy

Bell’articolo

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Diritti e libertà

Ho recentemente letto un post che difendeva la distinzione fra libertà di cura e diritto alla salute: poiché non trovoil link, purtroppo sono costretto a riassumente brutalmente il concetto: la libertà di cura implica la possibilità di scegliere fra diversi metodi di cura, ivi compresi quelli non scientifici fra cui l’omeopatia, eccetera. Il diritto alla salute invece implica che lo Stato debba curare gratuitamente chiunque ne abbia reale bisogno. Per queste cure però non è possibile avere scelta: poiché si tratta di un diritto ma non di una libertà.

Purtroppo ripeto non sto riportando l’argomentazione originale, e quindi il mio riassunto è pesantemente inficiato dal brutto ricordo che ne ho. Mi sembra però che l’argomentazione sia comune se non alla persona a cui faccio riferimento se non altro ad altri più autorevoli opinionisti e sicuramente nella mia esperienza personale. Recentemente anche Facci ha ricordato una cosa importante: si parla di finanziamento ai partiti col 2 per mille come se fosse scandaloso ma non si è ancora fatto nulla per l’8 per mille alla chiese riconosciute dall Stato Italiano, in primis ovviamente quella cattolica. “Non si è ancora fatto nulla” è una mia ironia personale, perché sebbene sia evidente che c’è molto rumore attorno alla questione, perché per esempio per il partito radicale la faccenda è fondamentale, è altrettando evidente che la gente è più propensa a prendersela coi politici che col clero, per cui non esiste di fatto una maggioranza (nemmeno nel paese) in grado di alterare questo stato di cose.

Sulla Chiesa cattolica ho scritto in altri posti e spero di riportare in tempi ragionevoli su questo blog il mio pensiero, ma in fondo quello che serve alla mia argomentazione è: se esiste una libertà di culto, esiste anche un diritto alla religione? L’articolo 19 ed il 20 della nostra Costituzione parlano di diritto alla professione di fede e di esenzione da gravami fiscali per la sua costituzione. In altri paesi invece esiste una libertà di culto “purché tu lo faccia coi tuoi soldi”: lo stesso sistema che propongono i radicali.

Queste libertà “coi propri soldi” sono la negazione dello stato di diritto, oltre che del principio di solidarietà che sottende il vivere insieme. La cultura, la religione, la salute, la politica sono e devono essere finanziate con soldi pubblici, altrimenti sono libertà de iure ma non de facto. Eppure la continua rivendicazione della libertà non finanziata dallo Stato ha portato, dopo la storica avversione al meccanismo dell’8 per mille che comunque non ha dato risultati reali, alla rivendicazione in altri ambiti del fatto che essere pagati per qualunque lavoro fosse immorale. In ambito religioso è quanto appena esposto. In ambito culturale è il celebre “con la cultura non si mangia” usato come alibi da molti governi per tagliare risorse al comparto culturale e a cascata a quello educativo (come se fossero la stessa cosa). Poi è montata l’onda chiamata “antipolitica” che se l’è presa contemporaneamente con la libertà di stampa sostenendo in maniera dialetticamente molto efficace che il finanziamento pubblico ai giornali fosse una cosa contraria al pluralismo e all’indipendenza, e con la politica, sostenendo che il sistema dei partiti e delle pubbliche amministrazioni dovesse subire un ridimensionamento o addirittura la totale sospensione dell’erogazione pubblica di denaro.

Dopo il crollo dei regimi comunisti (o a socialismo reale che dir si voglia) c’è stata una impennata del liberismo, soprattutto in campo economico, per la naturale mancanza di concorrenti. Questo liberismo si è innestato su una serie di altre crisi che, in Italia, hanno attraversato tutta la classe dirigente: imprenditoriale, culturale, politica, religiosa. La combinazione di “libero mercato” come finalità e non come mezzo, di cui è un brillante esponente ad esempio l’Istituto Bruno Leoni, o anche “Noisefromamerika”, con il sillogismo nefasto “siccome c’è un abuso su di un diritto, abroghiamo quel diritto” (i cui principali esponenti sono, a mio parere, “il fatto quotidiano” e Beppe Grillo, ammesso che abbia ancora senso distinguerli) hanno portato quindi a ritenere ragionevole:

  • non finanziare le chiese perché c’è un abuso
  • non finanziare la cultura né l’educazione perché ci sono baroni e altre categorie che vivono di rendita
  • non finanziare i partiti o i giornali perché sono casta
  • non finanziare i diritti dei lavoratori perché sono uno spreco di efficienza
  • non finanziare la sanità perché ci sono sprechi
  • non pagare le pensioni perché non ci sono i soldi

La cosa peggiore di questa situazione è il lavaggio del cervello che ci siamo fatti per ritenere ragionevoli, fondati, perseguibili e addirittura NECESSARI questi obiettivi. Parliamo ad esempio delle pensioni: si è passati dal sistema retributivo a quello contributivo, secondo i due principi enunciati sopra. Il primo è il liberismo nel senso peggiore del termine, ovvero “puoi fare quello che vuoi purché lo fai coi tuoi mezzi”, e infatti il sistema contributivo è proprio questo: tanto hai versato, tanto ti verrà restituito. Il che però trasforma lo Stato in una banca poco efficiente, e quindi decisamente inutile. Siccome questa giustificazione traballa, viene aggiunta la seconda: i conti pubblici sono scoppiati perché ci sono diversi abusi (super-pensioni, baby-pensioni, pluri-pensioni, eccetera), per cui bisogna necessariamente stringere la cinghia. Ovviamente a stringere la cinghia è sempre chi ha fame, non chi ha la pancia piena: è esperienza quotidiana di tutti notare che è più facile negare un diritto che revocare un privilegio.

Nota: in questo post non ci sono proposte alternative, le sto seminando qua e là perché il mio è un percorso di cui ancora ignoro l’approdo. Diffido di qualunque alternativa ad un sistema plurisecolare che venga riassunto in poche righe, o che venga ripescato dallo stesso passato da cui viene il sistema da cambiare. Non riesco a distinguere sostanzialmente fra liberismo e comunismo in economia, se non notando che il secondo è la brutta copia del primo.

 

 

 

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Alcune critiche al ricambio generazionale

Ciclicamente viene fuori una proposta di legge per favorire un ricambio generazionale occupazionale, utilizzando il metodo della staffetta. Su quali siano gli effetti di questa riforma ci sono solamente punti di vista ingenui o scettici. In effetti, data anche la scarsa propulsione della proposta, non si capisce mai se chi la fa è un marziano che non ha mai partecipato al dibattito sulle politiche occupazionali o semplicemente cerca di far parlare di cose inesistenti per motivi suoi.

Il più puntuale analista della situazione è Davide De Luca, che occupandosi principalmente di fact-checking ha un approccio sanamente scettico ai problemi. Specchio di questa sua impostazione è il cappello introduttivo in cui spiega “non si tratta di un vero e proprio fact-checking”: infatti stiamo parlando di opinioni e previsioni sul futuro, quindi l’unica cosa che si può fare è usare il buon senso e andare a cercare modelli simili già vigenti. L’articolo di De Luca è rivela qual è il vero problema dietro la proposta: ci sono solo controesempi e nessuno studio serio sui possibili effetti positivi.

Tutti i commentatori sono infatti unanimi nel considerare due aspetti:

A) In nessun paese esiste una correlazione fra l’occupazione degli over 55 e la disoccupazione under 25

B) Il modello è ingenuo perché si rifà al “modello superfisso” che è il vero argomento dell’uomo di paglia a cui si rifà costantemente noiseFromAmerika

Per quanto riguarda il primo argomento, mi trova molto d’accordo: e in effetti proprio noiseFromAmerika riporta, onestamente, che esiste addirittura una debole correlazione proprio fra occupazione under  25 e over 55, pur non essendoci probabilmente una causalità. Infatti, e la cosa dovrebbe essere evidente, semplicemente nei paesi dove l’occupazione è più bassa sono le frange meno produttive le prime ad essere scartate, ovvero giovani, anziani, donne. Da sottolineare come “meno produttive” è un eufemismo per affermare “con meno diritti”, ovvero con maternità, ferie, malattie, formazione. Quest’ultima però è solo un’opinione mia personale.

Anche lavoce.info sottolinea come questa correlazione non esista e le politiche occupazionali siano tenute a garantire l’occupazione di tutti, perché altrimenti i costi diventano insostenibili.

Il secondo argomento, quello dell’uomo di paglia, è facilitato come dicevo dall’ingenuità di chi fa queste proposte. Infatti il modello “superfisso” di cui sopra, ovvero l’idea che il numero di posti di lavoro sia fisso e che pensionare un anziano automaticamente liberi posti per un giovane , è chiaramente di una ingenuità così mostruosa che solo qualcuno in malafede può proporla. Per questo di solito si usa la versione “addolcita”: un lavoratore con 40 anni di esperienza va in pensione, al suo posto ne viene messo uno con 35 (sempre di esperienza), al posto di quello uno di 30, e così via fino ad assumere un giovane al posto di qualcuno che ha 5 anni di esperienza. Promozione sociale per tutti, riposo agli anziani, opportunità ai giovani, produttività aumentata da fatto che i sostituti hanno più energia e presumibilmente più duttilità ad apprendere, soprattutto in relazione alle nuove tecnologie. Questa variante è ancora utopistica ma viene avversata con l’argomento del maggiore costo: cioè mantenere un lavoratore anziano costa di più che mantenere un lavoratore giovane + un pensionato. Ovviamente questa obiezione ha un sua verità intrinseca: i numeri sono numeri, i costi sono effettivamente più alti per il ricambio generazionale che per lo status quo.

Allora? Allora quello che un governo degno di questo nome dovrebbe fare sarebbe sostenere la propria posizione sulla base di due argomenti: il minor costo sociale e l’idea (keynesiana, se volete) di introdurre una forzante nel mercato.

Le analisi riportate sopra sottolineano come storicamente non sia possibile una sostituzione lineare dei lavoratori e che per farlo bisogna aumentare la spesa pubblica o costringere i lavoratori anziani a rinunciare a parte dei loro diritti (leggi pensioni). Sui diritti dei lavoratori anziani ci sarebbe molto da dire e ci tornerò. Forse perché appartengo alla generazione sbagliata ritengo che sì, i diritti acquisiti non si toccano ma anche che i diritti o sono di tutti o si chiamano privilegi (ivi compresi malattia, maternità, ferie).

Un governo che voglia imporre questa scelta dovrebbe quindi fare una analisi seria di impatto sociale e di costo sociale di una disoccupazione maggiore a fronte di una maggiore spesa pubblica, anche solamente, per esempio, dimostrando che una maggiore occupazione porta ad un aumento tale del PIL da giustificare la scelta di aumentare la spesa, per esempio diminuendo il rapporto debito/PIL. Inoltre bisognerebbe mettere in atto tutta una serie di politiche che favoriscano la promozione sociale e lavorativa, ovvero la staffetta fra lavoratori con 5 anni di differenza sia interna che fra varie aziende, promuovendo da un lato la maggiore mobilità lavorativa e dall’altro facendo capire alle imprese che la promozione interna conviene sempre e comunque.

Certo che se in Italia gli imprenditori non hanno coraggio bisogna che ce l’abbia almeno il governo…

 

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