Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

Sui vaccini e gli antivaccinisti

Riporto questa riflessione di Erik Boni. Va letta fino in fondo, perché rivela non un finale a sorpresa bensì due.

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Tutto Rifkin

In un unico post!

Se non sapete chi è Rifkin, è il momento buono per scoprirlo

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In risposta ad un amico

… che scrive “la democrazia non funziona” e molte altre cose che non riporto e spero non me ne vorrà male se semplifico il suo pensiero.

Vince chi ha lo slogan più idiota perché la democrazia ha bisogno di manutenzione e di formazione continua. Se scuole, giornali, intellettuali, eccetera fanno male il loro lavoro, allora quello che non funziona è il fatto di conservare la forma della democrazia senza la sostanza. Se i diritti non sono di tutti ma solo di alcuni, se la legge non viene applicata, se quando viene applicata lo è in maniera iniqua, allora stai conservando la forma della democrazia senza la sostanza. Se esistono sperequazioni economiche tali per cui ci sono persone costrette a delle scelte, ci sono persone che devono pagare i propri diritti con i propri soldi, allora c’è la forma della democrazia ma non la sostanza. La democrazia è un sistema complesso il cui risultato non deve essere la spartizione delle risorse ma la circolazione delle idee e la moltiplicazione del benessere. E’ chiaro che votare non significa nulla se la scelta è fra alternative insensate.

Il nostro paese paga il fallimento della classe dirigente che ora ha 50-60 anni: non hanno saputo intercettare i cabiamenti del mondo (e non era facile, gliene dò atto), ma cosa ancora più grave non hanno saputo formare i loro successori, prediligendo la lealtà alla competenza e una volta che si sono resi conto di questo non hanno saputo e soprattutto non hanno potuto passare la mano. Ma questo non c’entra nulla con la democrazia: colpevolizzare le idee, siano essere religiose, politiche o altro, è come colpevolizzare una razza o una professione. Significa derogare al principio di responsabilità individuale che è uno dei pilastri della democrazia stessa. Dire “la democrazia non funziona” è solo un altro modo di dire “basta euro”, è un modo di trovare un capro espiatorio che non si può difendere perché è solo un concetto astratto.

La colpa è di chi fa le cose sbagliate, di chi le fa male, o di chi non le fa quando dovrebbe. Ma è molto difficile trovarli, e soprattutto è inutile, perché l’entropia dell’universo ci porta a poter agire solo sul futuro e non sul passato, che ci serve per riflettere e non da compiangere.

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Democrazia

La democrazia greca è parente stretta dell’idea socratica che la somma di verità parziali riesca a superare, attraverso il dialogo, le singole verità di cui è composta. Né aveva torto Protagora nel sostenere che sapere una cosa ma non saperla dire è esattamente come non saperla.

La nostra democrazia però viene fuori dalla rivoluzione francese e porta con sé il suffragio universale nell’idea che l’uguaglianza della dignità fra le persone (lascito del cristianesimo) porti all’uguaglianza dei diritti e quindi anche al diritto di discutere dei diritti stessi. Certamente allargare il numero di persone sembra, a mio parere ingenuamente, allargare il numero di idee. Storicamente non è andata così, perché noi definiamo “matura” una democrazia rappresentativa in cui le idee sono alternative ma complementari e soprattutto poche.

Ora una delle tante proposte che vogliono sostituire il suffragio universale è la cosiddetta “patente per votare”. Siccome stiamo facendo meno che accademia, non mi impunterò sulla facilità con cui questo principio può essere distorto nella pratica, preferisco concentrarmi sul principio. La causa della malattia della democrazia è il fatto che non sono aumentate le idee, per cui bisognerebbe estendere il diritto di voto, non contrarlo. Il principio dovrebbe essere non “una testa, un voto” ma “un’idea, un voto”. Il punto è: come implementarla?

E qui arriviamo alla complessità dei livelli amministrativi. In Italia si vota per il sindaco, per il presidente della provincia, della regione, per le elezioni nazionali (in altri stati anche). Nella pratica poi le decisioni sulle singole questioni vengono prese collegialmente perché separare le competenze “territoriali” non è semplice e spesso nemmeno utile. Un punto dolente, anche perché troppo spesso genera corruzione, è che le amministrazioni prendono decisioni che non hanno molto senso: quale dirigente sanitario, quali dirigenti nelle partecipate (multiutilities in testa). A parte che non si capisce perché queste decisioni debbano essere prese a livello politico, quando spesso sono molto tecniche, capita che la rappresentanza territoriale non sia rispettata.

Perché non votare sempre e comunque per ognuno di questi aspetti? Perché non posso decidere chi dirigerà l’azienda che smaltisce i miei rifiuti o il direttore dell’ospedale dove sarò assistito in caso di bisogno? Perché non rendere elettive anche le magistrature giudiziarie, ad esempio i PM? A parte le storture a cui il sistema si presta, il principio è che serve competenza, tanto per fare questi lavori quanto per giudicarli (c’è un articolo scientifico che ne parla, appena lo trovo ve lo linko). Ma allora,  perché non fare davvero un patentino?

Innanzi tutto mi sembra ovvio – ma voglio sottolinearlo – per certi ruoli dovrebbe essere richiesta una certa competenza: non è che negli Stati Uniti si eleggono i giudici fra tutti i  cittadini. Per cui abilitazioni professionali e/o pubbliche a svolgere certi lavori, e far votare solo coloro che sono interessati: in che modo, ci si può ragionare. In questo modo la cittadinanza diventa attiva, e vota, su temi di proprio interesse. Ma il patentino non deve averlo chi vota, ma chi deve essere eletto!

Alle prossime puntate…

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Scelte di vita o scelte quotidiane?

In questi giorni sto compiendo scelte,  importanti per la mia vita professionale e conseguentemente personale.

Vi invito a leggere questo articolo, banale ma veritiero: non importa se i nostri sforzi produrranno i risultati desiderati, quello che segna la differenza è compiere uno sforzo. Perché sicuramente le cose non cambieranno e anzi certamente peggioreranno se ognuno di noi si siede nella propria convinzione di essere ininfluente.

Sicuramente si è ininfluenti se non ci si prova nemmeno. E soprattutto, si perde il senso di sé stessi.

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