Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

“Se” – Terza puntata

“Se” – Terza puntata.

Che dire…

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In risposta ad un amico

… che scrive “la democrazia non funziona” e molte altre cose che non riporto e spero non me ne vorrà male se semplifico il suo pensiero.

Vince chi ha lo slogan più idiota perché la democrazia ha bisogno di manutenzione e di formazione continua. Se scuole, giornali, intellettuali, eccetera fanno male il loro lavoro, allora quello che non funziona è il fatto di conservare la forma della democrazia senza la sostanza. Se i diritti non sono di tutti ma solo di alcuni, se la legge non viene applicata, se quando viene applicata lo è in maniera iniqua, allora stai conservando la forma della democrazia senza la sostanza. Se esistono sperequazioni economiche tali per cui ci sono persone costrette a delle scelte, ci sono persone che devono pagare i propri diritti con i propri soldi, allora c’è la forma della democrazia ma non la sostanza. La democrazia è un sistema complesso il cui risultato non deve essere la spartizione delle risorse ma la circolazione delle idee e la moltiplicazione del benessere. E’ chiaro che votare non significa nulla se la scelta è fra alternative insensate.

Il nostro paese paga il fallimento della classe dirigente che ora ha 50-60 anni: non hanno saputo intercettare i cabiamenti del mondo (e non era facile, gliene dò atto), ma cosa ancora più grave non hanno saputo formare i loro successori, prediligendo la lealtà alla competenza e una volta che si sono resi conto di questo non hanno saputo e soprattutto non hanno potuto passare la mano. Ma questo non c’entra nulla con la democrazia: colpevolizzare le idee, siano essere religiose, politiche o altro, è come colpevolizzare una razza o una professione. Significa derogare al principio di responsabilità individuale che è uno dei pilastri della democrazia stessa. Dire “la democrazia non funziona” è solo un altro modo di dire “basta euro”, è un modo di trovare un capro espiatorio che non si può difendere perché è solo un concetto astratto.

La colpa è di chi fa le cose sbagliate, di chi le fa male, o di chi non le fa quando dovrebbe. Ma è molto difficile trovarli, e soprattutto è inutile, perché l’entropia dell’universo ci porta a poter agire solo sul futuro e non sul passato, che ci serve per riflettere e non da compiangere.

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Marinaleda

Prendo spunto da questo articolo, e considero che le informazioni siano corrette. Laddove non lo fossero, questo post è da ritenersi un esercizio teorico.

Saltiamo le obiezioni facili: funziona perché è un mercato chiuso, funziona perché è un mercato aperto, funziona perché è nel piccolo, eccetera. Non ho i dati per queste obiezioni che quindi sarebbero opinioni contrapposte ad un fatto: non c’è disoccupazione. Un dato ed una obiezione interessanti sarebbero invece la valutazione del tasso di emigrazione: un modo per raggiungere la piena occupazione è che i disoccupati vadano a cercare lavoro altrove.

Per quanto concerne questo blog però il dato che mi incuriosisce e mi interessa è che l’obiettivo sia la piena occupazione. Come in molti altri casi, mi sembra sempre che si confondano i mezzi con gli scopi. La piena occupazione è lo scopo? O è il benessere sociale e individuale? A cosa rinuncianogli abitanti di Marinaleda, ammesso che a qualcosa rinuncino, per essere tutti occupati?

Apriamo una parentesi: vi ricordo che la legge Biagi, la 235/2003, ha aumentato l’occupazione in un periodo in cui il PIL non è aumentato in maniera corrispondente e addirittura è diminuito. Questo significa, facendo i conti della serva, che gli stipendi sono calati. (dati mancanti)

E’ presto detto (basta leggere il resto dell’articolo): “Il salario è lo stesso per tutti, qualunque sia la mansione”. Questo comporta:

  • disincentivo allo studio, alla ricerca, all’investimento tecnologico
  • disincentivo all’emancipazione, alla valorizzazione del sé e delle differenze
  • svalorizzazione del lavoro, della qualità dello stesso, del tipo di lavoro, della sua effettiva utilità
  • valorizzazione del tempo come unica risorsa individuale e ancora una volta omologazione, abbattimento della produttività
  • monetizzazione del tempo libero e della propria identità individuale

Perché accade questo? Perché si è confuso un mezzo con un fine: la piena occupazione non è un valore in sé, perché un tasso fisiologico di disoccupazione crea migrazioni, che nel lungo periodo sono un bene per tutti, innovazione (non ho un lavoro, me lo devo inventare).

Per essere più precisi, si è compiuto il più banale degli errori logici:

“se da A consegue B, allora da NOT(A) consegue NOT(B)” è una formula sbagliata. La forma corretta a rigor di logica è:

“se da A consegue B, allora da NOT(B) consegue NOT(A)”.

Se dalla disoccupazione consegue infelicità, allora dalla piena occupazione consegue felicità è un errore logico. Formalmente è:

“se dalla disoccupazione consegue infelicità, allora dalla felicità consegue piena occupazione”, il che è sorprendente ma corretto da un punto di vista matematico. Però quello che vediamo è che la disoccupazione cala in quei paesi in cui il benessere sociale è visto come fine ultimo e questo viene raggiunto anche tramite, ad esempio, la cultura, che è un mezzo come un altro per rendere felici le persone.

 

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Rassegna stampa – 1

Questi due articoli sono usciti più o meno in contemporanea nei giorni scorsi…

http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pietro-greco/competitivita-formazione-e-ricchezza-lanomalia-italiana/settembre

http://www.linkiesta.it/telecom-colosseo

Il primo racconta del fatto che l’Italia vive consumando le proprie risorse senza produrne di nuove (e questo si capiva vedendo il PIL che calava) e mette in relazione questo fatto con lo scarso investimento in formazione.

Il secondo sottolinea come la classe imprenditoriale italiana sia stata inadeguata di fronte alla globalizzazione e abbia dovuto cedere il passo.

Qual è la causa e qual è l’effetto? In realtà non importa, perché il mondo presenta una coerenza tale per cui causa ed effetto si mostrano solo come aspetti successivi di uno stesso fenomeno, in questo caso l’incapacità di gestire il cambiamento da parte di coloro che avevano la responsabilità di farlo.

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Alcune critiche al ricambio generazionale

Ciclicamente viene fuori una proposta di legge per favorire un ricambio generazionale occupazionale, utilizzando il metodo della staffetta. Su quali siano gli effetti di questa riforma ci sono solamente punti di vista ingenui o scettici. In effetti, data anche la scarsa propulsione della proposta, non si capisce mai se chi la fa è un marziano che non ha mai partecipato al dibattito sulle politiche occupazionali o semplicemente cerca di far parlare di cose inesistenti per motivi suoi.

Il più puntuale analista della situazione è Davide De Luca, che occupandosi principalmente di fact-checking ha un approccio sanamente scettico ai problemi. Specchio di questa sua impostazione è il cappello introduttivo in cui spiega “non si tratta di un vero e proprio fact-checking”: infatti stiamo parlando di opinioni e previsioni sul futuro, quindi l’unica cosa che si può fare è usare il buon senso e andare a cercare modelli simili già vigenti. L’articolo di De Luca è rivela qual è il vero problema dietro la proposta: ci sono solo controesempi e nessuno studio serio sui possibili effetti positivi.

Tutti i commentatori sono infatti unanimi nel considerare due aspetti:

A) In nessun paese esiste una correlazione fra l’occupazione degli over 55 e la disoccupazione under 25

B) Il modello è ingenuo perché si rifà al “modello superfisso” che è il vero argomento dell’uomo di paglia a cui si rifà costantemente noiseFromAmerika

Per quanto riguarda il primo argomento, mi trova molto d’accordo: e in effetti proprio noiseFromAmerika riporta, onestamente, che esiste addirittura una debole correlazione proprio fra occupazione under  25 e over 55, pur non essendoci probabilmente una causalità. Infatti, e la cosa dovrebbe essere evidente, semplicemente nei paesi dove l’occupazione è più bassa sono le frange meno produttive le prime ad essere scartate, ovvero giovani, anziani, donne. Da sottolineare come “meno produttive” è un eufemismo per affermare “con meno diritti”, ovvero con maternità, ferie, malattie, formazione. Quest’ultima però è solo un’opinione mia personale.

Anche lavoce.info sottolinea come questa correlazione non esista e le politiche occupazionali siano tenute a garantire l’occupazione di tutti, perché altrimenti i costi diventano insostenibili.

Il secondo argomento, quello dell’uomo di paglia, è facilitato come dicevo dall’ingenuità di chi fa queste proposte. Infatti il modello “superfisso” di cui sopra, ovvero l’idea che il numero di posti di lavoro sia fisso e che pensionare un anziano automaticamente liberi posti per un giovane , è chiaramente di una ingenuità così mostruosa che solo qualcuno in malafede può proporla. Per questo di solito si usa la versione “addolcita”: un lavoratore con 40 anni di esperienza va in pensione, al suo posto ne viene messo uno con 35 (sempre di esperienza), al posto di quello uno di 30, e così via fino ad assumere un giovane al posto di qualcuno che ha 5 anni di esperienza. Promozione sociale per tutti, riposo agli anziani, opportunità ai giovani, produttività aumentata da fatto che i sostituti hanno più energia e presumibilmente più duttilità ad apprendere, soprattutto in relazione alle nuove tecnologie. Questa variante è ancora utopistica ma viene avversata con l’argomento del maggiore costo: cioè mantenere un lavoratore anziano costa di più che mantenere un lavoratore giovane + un pensionato. Ovviamente questa obiezione ha un sua verità intrinseca: i numeri sono numeri, i costi sono effettivamente più alti per il ricambio generazionale che per lo status quo.

Allora? Allora quello che un governo degno di questo nome dovrebbe fare sarebbe sostenere la propria posizione sulla base di due argomenti: il minor costo sociale e l’idea (keynesiana, se volete) di introdurre una forzante nel mercato.

Le analisi riportate sopra sottolineano come storicamente non sia possibile una sostituzione lineare dei lavoratori e che per farlo bisogna aumentare la spesa pubblica o costringere i lavoratori anziani a rinunciare a parte dei loro diritti (leggi pensioni). Sui diritti dei lavoratori anziani ci sarebbe molto da dire e ci tornerò. Forse perché appartengo alla generazione sbagliata ritengo che sì, i diritti acquisiti non si toccano ma anche che i diritti o sono di tutti o si chiamano privilegi (ivi compresi malattia, maternità, ferie).

Un governo che voglia imporre questa scelta dovrebbe quindi fare una analisi seria di impatto sociale e di costo sociale di una disoccupazione maggiore a fronte di una maggiore spesa pubblica, anche solamente, per esempio, dimostrando che una maggiore occupazione porta ad un aumento tale del PIL da giustificare la scelta di aumentare la spesa, per esempio diminuendo il rapporto debito/PIL. Inoltre bisognerebbe mettere in atto tutta una serie di politiche che favoriscano la promozione sociale e lavorativa, ovvero la staffetta fra lavoratori con 5 anni di differenza sia interna che fra varie aziende, promuovendo da un lato la maggiore mobilità lavorativa e dall’altro facendo capire alle imprese che la promozione interna conviene sempre e comunque.

Certo che se in Italia gli imprenditori non hanno coraggio bisogna che ce l’abbia almeno il governo…

 

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Democrazia

La democrazia greca è parente stretta dell’idea socratica che la somma di verità parziali riesca a superare, attraverso il dialogo, le singole verità di cui è composta. Né aveva torto Protagora nel sostenere che sapere una cosa ma non saperla dire è esattamente come non saperla.

La nostra democrazia però viene fuori dalla rivoluzione francese e porta con sé il suffragio universale nell’idea che l’uguaglianza della dignità fra le persone (lascito del cristianesimo) porti all’uguaglianza dei diritti e quindi anche al diritto di discutere dei diritti stessi. Certamente allargare il numero di persone sembra, a mio parere ingenuamente, allargare il numero di idee. Storicamente non è andata così, perché noi definiamo “matura” una democrazia rappresentativa in cui le idee sono alternative ma complementari e soprattutto poche.

Ora una delle tante proposte che vogliono sostituire il suffragio universale è la cosiddetta “patente per votare”. Siccome stiamo facendo meno che accademia, non mi impunterò sulla facilità con cui questo principio può essere distorto nella pratica, preferisco concentrarmi sul principio. La causa della malattia della democrazia è il fatto che non sono aumentate le idee, per cui bisognerebbe estendere il diritto di voto, non contrarlo. Il principio dovrebbe essere non “una testa, un voto” ma “un’idea, un voto”. Il punto è: come implementarla?

E qui arriviamo alla complessità dei livelli amministrativi. In Italia si vota per il sindaco, per il presidente della provincia, della regione, per le elezioni nazionali (in altri stati anche). Nella pratica poi le decisioni sulle singole questioni vengono prese collegialmente perché separare le competenze “territoriali” non è semplice e spesso nemmeno utile. Un punto dolente, anche perché troppo spesso genera corruzione, è che le amministrazioni prendono decisioni che non hanno molto senso: quale dirigente sanitario, quali dirigenti nelle partecipate (multiutilities in testa). A parte che non si capisce perché queste decisioni debbano essere prese a livello politico, quando spesso sono molto tecniche, capita che la rappresentanza territoriale non sia rispettata.

Perché non votare sempre e comunque per ognuno di questi aspetti? Perché non posso decidere chi dirigerà l’azienda che smaltisce i miei rifiuti o il direttore dell’ospedale dove sarò assistito in caso di bisogno? Perché non rendere elettive anche le magistrature giudiziarie, ad esempio i PM? A parte le storture a cui il sistema si presta, il principio è che serve competenza, tanto per fare questi lavori quanto per giudicarli (c’è un articolo scientifico che ne parla, appena lo trovo ve lo linko). Ma allora,  perché non fare davvero un patentino?

Innanzi tutto mi sembra ovvio – ma voglio sottolinearlo – per certi ruoli dovrebbe essere richiesta una certa competenza: non è che negli Stati Uniti si eleggono i giudici fra tutti i  cittadini. Per cui abilitazioni professionali e/o pubbliche a svolgere certi lavori, e far votare solo coloro che sono interessati: in che modo, ci si può ragionare. In questo modo la cittadinanza diventa attiva, e vota, su temi di proprio interesse. Ma il patentino non deve averlo chi vota, ma chi deve essere eletto!

Alle prossime puntate…

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Prostituzione

Repubblica sta portando avanti in questi giorni (a partire dall’8 marzo) un’inchiesta sulla prostituzione.

Molte (e sono in aumento) sono le ragazze o le donne che lo fanno “per scelta”, ma in questa categoria rientrano anche quelle che sono spinte dalla disperazione economica, in un mondo del lavoro che già è crudele ma si accanisce in particolare sulle donne e sui giovani. Conseguentemente le giovani donne sono quelle che risentono doppiamente del fallimento del mercato del lavoro italiano.

Intanto vorrei sottolineare come i commenti siano allineati a quelli che 40 anni fa si facevano sull’aborto: “esiste sempre una scelta, esiste una dignità, un etica” eccetera la fanno da padrone, seguiti a ruota da “è solo una convenzione sociale di bacchettoni e bigotti ma in realtà ogni adulto è libero di fare ciò che si vuole” e solo una piccola minoranza si occupa del problema vero che è, nel caso dell’aborto come in quello della prostituzione, la situazione psichica e sociale di chi compie il gesto e lo paga per tutta la vita.

Per mia fortuna non ho dovuto affrontare personalmente questi problemi e quindi posso fare una riflessione che spero non risulti troppo oziosa.

Mi chiedo però: la prostituzione in senso letterale, ovvero la mercificazione del proprio corpo, è davvero l’unica forma di compromissione della propria dignità? Quante persone vendono la propria dignità in cambio di uno stipendio? Quante persone, soprattutto nella mia generazione, sono costrette ad abbassare non solo le proprie aspettative in termini di soddisfazione lavorativa, ma soprattutto ad essere umiliate per aver compiuto delle scelte umili? A quante persone viene negata la dignità del lavoro o anche di un lavoro?

Se per prostituzione non intendiamo la mercificazione del corpo ma la vendita della dignità in cambio di denaro, allora quasi nessuno si salva nella generazione fra i 25 e i 40 anni, quella certificata di fallimento dalla stessa politica. Siamo una generazione di prostitute, di lavoratori che accettano di fare più o meno qualunque cosa, gettando da parte aspettative e spesso anche formazione. E siamo in questa condizione perché un’intera classe dirigente ha fallito clamorosamente il proprio compito.

Sia ben chiaro che non intendo sminuire o giustificare nessuno per le proprie scelte, perché credo nella libertà e soprattutto nella responsabilità di ciascuno, anche se le scelte di chiunque influiscono su chiunque altro. Voglio però sottolineare come la mancanza di un progetto abbia schiacciato un’intera generazione, e come prima di trovare dei responsabili sia necessario ricostruire un futuro per  quasi 12 milioni di italiani.

(Aggiungo anche quest’altra fonte di dati)

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Scelte di vita o scelte quotidiane?

In questi giorni sto compiendo scelte,  importanti per la mia vita professionale e conseguentemente personale.

Vi invito a leggere questo articolo, banale ma veritiero: non importa se i nostri sforzi produrranno i risultati desiderati, quello che segna la differenza è compiere uno sforzo. Perché sicuramente le cose non cambieranno e anzi certamente peggioreranno se ognuno di noi si siede nella propria convinzione di essere ininfluente.

Sicuramente si è ininfluenti se non ci si prova nemmeno. E soprattutto, si perde il senso di sé stessi.

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