Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

La cultura sorda

Riposto un interessante articolo del Post che ben mi ha colpito soprattutto per la concomitanza con i miei studi del momento. In senso stretto ci si potrebbe chiedere se è giusto permettere ad una menomazione (questo il termine tecnico) di permanere solo perché “i primi a volere la schiavitù sono gli schiavi, perché la libertà è troppo pesante da portare”. Se mi passate la metafora, la cultura che si è costruita attorno e grazie alla sordità è un feticcio a cui attaccarsi per evitare la fatica di integrarsi.
Ma ovviamente questo è solo metà del problema: perché in realtà cosa vuol dire integrazione se non il superamento hegeliano della contrapposizione fra segregazione e omologazione? Detto in maniera più semplice: con che diritto si definisce “standard” “normale” e “sano” il fatto di avere una coclea funzionante, soprattutto considerato che stiamo parlando di persone nate così? In loro difesa potrebbero citare l’eugenetica come avversario, ma sarebbe ovviamente una semplificazione perdente perché in effetti qualunque cura di un difetto congenito è in senso ampio eugenetica.
Dobbiamo perciò ricorrere ad argomentazioni più profonde, perché da un lato non è scontato ciò che viene definito malattia e conseguentemente cura, se la persona non si vuole curare, e dall’altro abbiamo un senso ampio e profondo di democrazia intesa come salvaguardia della dignità individuale e valorizzazione delle differenze. Occorre ricordare che – cosa che ho imparato da poco – a disabilità è prima di tutto un problema di come sono strutturati l’ambiente fisico e quello sociale e non solo una conseguenza medica di un trauma o di un errore di programma.
Facciamo una ardita metafora. Ammettiamo che esista un paese, la Pronziskia (dedicata al mio professore), in cui va al potere quella che noi definiremmo una teocrazia. I teocrati sostengono che l’anima è una funzione basilare della mente e del cervello umani e quindi non avere la percezione del sacro e in particolare della loro fede è una grave menomazione genetica incurabile. Essendo incurabile se non per auto-certificazione (quella che noi chiameremmo conversione), ed essendo una grave distorsione della percezione del mondo, coloro che non credono sono privati dei diritti civili (non di quelli umani). Chi non crede nell’Unica Vera Religione sarà lasciato libero di vivere la sua vita ma escluso dal potere politico perché chiaramente incapace di percepire la vera essenza della realtà e come tale minorato in maniera inconciliabile con l’esercizio della democrazia. La Pronziskia è un paese democratico? E’ democratico un paese che decide che alcuni suoi abitanti non sono in alcun modo integrabili nella società perché mancano di una funzione fondamentale del cervello? Soprattutto chi certifica le funzioni cerebrali? Attualmente l’OMS, ma ovviamente un gruppo di scienziati ciechi non definirebbe standard la cecità e millanteria coloro che dicono di vedere?
Prendete la metafora per quello che è, una metafora. Ma il problema di fondo rimane: è democratico un paese che cerca di omologare coloro che sono disfunzionali secondo uno standard definito? O la ricchezza non sta forse nella differenza? Il problema si pone perché esiste la libertà di rifiuto della cura.
Prendiamo ora la democraticissima città stato di Dottoropoli, confinante alla Pronziskia e sempre in pessimi rapporti con questa. A Dottoropoli esiste la libertà di cura, tranne per le malattie ritenute socialmente pericolose. Coloro che presentano disfunzioni cerebrali e mentali che possono essere causa di disordine sociale sono obbligati alla cura o alla reclusione. La fede nell’Unica Vera Religione è considerata una disfunzione con obbligo di cura o alternativamente reclusione. Dottoropoli è una città democratica?
Adesso che vi ho posto il problema e come al solito non ho una soluzione, mi scuso coi miei lettori per la prolungata assenza.

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Dal veterinario

Ribloggo un post interessante e scritto piuttosto bene il cui contenuto, sul costo delle prestazioni veterinarie, mi tocca da vicino per motivi personali.  La qualità si paga, il lavoro si paga, due concetti chiave.

Mi secca solo dover precisare che purtroppo al giorno d’oggi nessun lavoro è immune dalla critica di dover essere pagato…

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Condividere il condivisibile

A parte la rana bollita, che è un aneddoto facilmente comprensibile ma solo se si tiene presente che non succede mai, tutto il resto di questo articolo è molto interessante e condivisibile.

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Spartirsi la torta o fare una torta più grande?

I tipi di BAO

Jack Donaghy ha chiare le proprie priorità. (Dalla comedy 30 Rock.) Jack Donaghy ha chiare le proprie priorità. (Dalla comedy 30 Rock.)

Quando cinque anni fa è nata BAO, ci fu detto che, per quanto incisiva potesse essere la nostra azione per portare fumetti nelle librerie generaliste, la ripartizione delle nostre vendite sarebbe sempre stata più o meno 80% in fumetteria e 20% nelle normali librerie.
Cinque anni dopo, il nostro modello di business è decisamente diverso. Ho recentemente fornito a Matteo Stefanelli alcuni dati freschi per il Convegno di BilBOlbul, e ora che è passato mi pare interessante condividerli con voi:
Le fumetterie pesano per il 24,56% del nostro fatturato.
Le librerie di catena per il 26,79%.
Le librerie indipendenti per l’11,14%
Le librerie online per il 18,56%.
Questo porta il totale delle librerie generaliste a rappresentare il 56,49% del nostro fatturato.
La Grande Distribuzione Organizzata vale l’1,25%.
Il nostro Shop online il 6,15%.
Le vendite delle fiere il 9,22%.

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L’impatto di una conferenza?

Ecco come una conferenza può impattare sull’economia reale. Presto (?) una mia traduzione.

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Ancora una semplificazione

Come tutte le semplificazioni, anche questo video rischia di creare fraintendimenti.

Non si fa responsabilità per ottenerne un ritorno futuro, ma in pratica è proprio quello che succede.

Il video è molto bello.

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Made in Italy?

Riporto un articolo del Sole24ORE.

Sintetizzando molto, proprietà e gestione dovrebbero essere separate.

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Nuovi analfabeti

Riporto solamente l’articolo.

Ci tengo a sottolineare che è più importante l’impatto di quello che si fa che la cosa che si fa. Cioè la valutazione a lungo termine, che è poi l’argomento dell’articolo.

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Vivere in Italia – com’è?

Questo articolo mi ha molto colpito, mi riprometto di tradurlo il prima possibile.

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Un mezzo sbagliato per un fine giusto?

Recentemente ho avuto modo di vedere questo video, che parla dell’immigrazione partendo dai luoghi comuni.

Il video sembra costruito apposta per sostenere una certa tesi. Non essendo un documento scientifico la cosa è lecita, ma ha delle controindicazioni: chi non condivide la tesi iniziale (i pregiudizi sugli stranieri sono infondati) non viene “smontato” da questo video e anzi rafforza il proprio pregiudizio, perché viene urtato a livello emotivo e non confortato da un livello razionale.

Alcuni espedienti retorici (immagino voluti) confermano questa mia impressione.

Nel video:

– gli stranieri hanno una storia personale, un lavoro, dei problemi

– gli italiani, a parte il pensionato, sono anonimi e servono solo come visualizzazione del “pregiudizio”

– gli stranieri sono adulti lavoratori, gli italiani sono ragazzi, alcuni dichiaratamente non lavoratori

– viene preso in causa un esperto di lavoro e immigrazione (italiano) il cui unico ruolo nel video è sbugiardare le affermazioni dei ragazzi di cui sopra. Il meccanismo regge bene perché i ragazzi sono volutamente “italiani che hanno dei pregiudizi”, non delle persone (vedi sopra) né tantomeno un campione statistico. Ad un certo punto ho avuto il sospetto che i ragazzi fossero prezzolati per rispondere in un certo modo.

I dati che vengono mostrati sono parziali senza saperlo: mentre più avanti ci viene spiegato come l’immigrazione clandestina avviene, non viene detto che i clandestini delinquono molto più dei regolari (28 volte di più secondo Luca Ricolfi, “Illusioni Italiche”) e questo, unito alla storica xenofobia italica e soprattutto alla crisi economica, altera notevolmente la percezione del problema e sfocia rapidamente in razzismo.

L’effetto complessivo che ho avuto dal video è “la colpa non è degli stranieri, è degli italiani che sono razzisti”; in pratica anziché eliminare un pregiudizio sembra che se ne voglia creare un altro, cosa che non credo proprio fosse l’obiettivo di chi ha realizzato il video.

Non ho idea di come gestire le frizioni etniche e sociali che inevitabilmente l’immigrazione comporta, ma sicuramente la creazione e l’equa divisione di ricchezza e benessere sono la via maestra per eliminare i pregiudizi. Anche smontare in maniera razionale quelli che sono i pregiudizi può essere utile, ma deve essere fatto in maniera rigorosa: l’immigrazione è un problema anche e soprattutto perché non riusciamo a controllare il flusso di irregolari e ci illudiamo di farlo agendo sui regolari.

Se invece si vuole usare uno strumento di comunicazione emotiva e non razionale, creare contrapposizioni fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato è molto difficile e a mio parere il video, tecnicamente pregevole, non riesce nel suo intento proprio per come è costruito.
Faccio un contro-esempio. Pensate ad un video in cui c’è la storia di un immigrato che lavora e che dichiara di “avere paura” dei clandestini. Nel video vengono intervistate persone “buoniste” che sostengono che gli stranieri vengono qua per lavorare. Poi c’è un esperto di statistiche che vi racconta come la popolazione carceraria degli stranieri sia aumentata notevolmente negli ultimi anni (dato vero, ma parziale perché non dice ad esempio che a parità di reato gli italiani sono ai domiciliari mentre gli stranieri non hanno fissa dimora e devono per forza di cose essere messi in carcere). Infine ci sono interviste a persone che sono state rapinate o derubate da stranieri (anche queste, storie vere, ma ovviamente prese apposta dal mucchio dei reati). Magari vi fanno anche vedere delle registrazioni vere di poliziotti che arrestano persone di colore (deve essere evidente che sono stranieri, poi magari sono italiani da 2-3 generazioni). In pratica è possibile costruire un video in cui il razzismo non esiste ma la realtà è contro gli stranieri, scegliendo in maniera emotivamente simmetrica a “noborder” ciò che mostrare.
Il perché di questo mio accanimento nei confronti di un prodotto artistico costruito evidentemente in buona fede e a fin di bene è presto detto: un mezzo sbagliato per un fine giusto si ritorce facilmente contro chi lo usa.

Infine una nota personale. Credo che l’immigrazione sia una grande risorsa per un paese come l’Italia ammalato di nostalgia. Quando il nostro passato non sarà una gloria da mostrare ma una vergogna, forse riusciremo ad uscire dal pantano in cui ci troviamo da una generazione. Questo però è un altro discorso, che merita un approfondimento altrove.

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