Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

In difesa delle banche

su 24/07/2013

Mi trovo spesso nell’imbarazzante situazione di dover difendere le banche, le quali sono spesso accusate di reati o atti immorali in maniera del tutto casuale per il semplice fatto di essere banche.
Questa pratica è sbagliata su molti livelli. Innanzitutto c’è il problema della responsabilità individuale e della sua estensione, che è la responsabilità sociale. Se qualcuno o qualcosa compie un atto immorale o illegale, ne deve rispondere personalmente anche nell’opinione pubblica. Accusare una azienda di essere colpevole per il semplice fatto di essere una azienda o un particolare tipo di azienda, si commette lo stesso errore di chi accusa un criminale di appartenere ad una determinata etnia. Poiché inoltre molti istituti di credito (ma non tutti) sono stati corresponsabili del proliferare dei titoli tossici e delle conseguenze che stiamo ancora pagando, accusarli ingiustamente rischia di sviare l’attenzione dalle vere responsabilità: aggredire verbalmente il colpevole o presunto tale rende facile la sua difesa e impossibile una valutazione dei fatti.

In questo post particolare mi riferisco alla presunta malizia delle banche a incassare o utilizzare in maniera sbagliata i contributi pubblici o l’accesso al credito facilitato con cui le banche centrali cercano disperatamente di far ripartire l’economia reale. Il tentativo è disperato sia dal punto di vista del risultato, fin qui nullo, sia dal punto di vista della necessità, considerata assoluta. Ma la realtà dei fatti è che le banche non possono immettere nel mercato i soldi che vengono loro prestati e non si riesce a sventare il credit crunch per un motivo molto semplice: la crisi del sistema bancario non è contingente ma strutturale.

Facciamo un esempio concreto: per contrastare la contrazione dei consumi, molti commercianti, in particolare i supermercati, hanno ridotto i propri margini e aumentato la quantità delle offerte speciali, delle promozioni, eccetera. Il consumatore finale ha da una parte delle necessità ineludibili, dall’altra una riduzione drastica del margine di manovra dovuto al calo degli stipendi. Le offerte servono quindi non ad aumentare i consumi, ma a mantenerli costanti in una situazione di depressione economica. Alla lunga però i margini ridotti si pagano perché sebbene possano portare un vantaggio competitivo in un mercato stanco e quindi magari migliori prestazioni relativamente alla concorrenza non riescono però ad aumentare i valori assoluti, perché la mancanza di disponibilità economica nei consumatori non viene toccata e anzi probabilmente si riduce quella dei propri dipendenti.

Analogamente le banche centrali stanno cercando di allettare gli istituti di credito con offerte e promozioni del loro acquisto principale, che è il denaro. Tuttavia la disponibilità economica delle banche non è data dal costo del denaro, che può influire esclusiavamente sulla liquidità, ma è data dai soldi che i risparmiatori mettono negli istituti. Poiché il risparmio è quasi inesistente per il collasso dell’economia reale, tutti i tentativi di farla ripartire tramite l’immisione di liquidità sono destinati a fallire. Agire a monte infatti cambia l’assetto finanziario delle banche ma non quello economico e giustamente le banche stesse non si fidano più della finanza! Cioè il credit crunch, dovuto al crollo dei salari reali (in particolare del salario medio, tenendo conto di disoccupazione e inoccupazione), è l’unica cosa sicuramente onesta che stanno facendo le banche in questo momento: non hanno risparmi da prestare e si rifiutano di prestare denaro chiesto in prestito.

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