Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

Diritti e libertà

su 01/07/2013

Ho recentemente letto un post che difendeva la distinzione fra libertà di cura e diritto alla salute: poiché non trovoil link, purtroppo sono costretto a riassumente brutalmente il concetto: la libertà di cura implica la possibilità di scegliere fra diversi metodi di cura, ivi compresi quelli non scientifici fra cui l’omeopatia, eccetera. Il diritto alla salute invece implica che lo Stato debba curare gratuitamente chiunque ne abbia reale bisogno. Per queste cure però non è possibile avere scelta: poiché si tratta di un diritto ma non di una libertà.

Purtroppo ripeto non sto riportando l’argomentazione originale, e quindi il mio riassunto è pesantemente inficiato dal brutto ricordo che ne ho. Mi sembra però che l’argomentazione sia comune se non alla persona a cui faccio riferimento se non altro ad altri più autorevoli opinionisti e sicuramente nella mia esperienza personale. Recentemente anche Facci ha ricordato una cosa importante: si parla di finanziamento ai partiti col 2 per mille come se fosse scandaloso ma non si è ancora fatto nulla per l’8 per mille alla chiese riconosciute dall Stato Italiano, in primis ovviamente quella cattolica. “Non si è ancora fatto nulla” è una mia ironia personale, perché sebbene sia evidente che c’è molto rumore attorno alla questione, perché per esempio per il partito radicale la faccenda è fondamentale, è altrettando evidente che la gente è più propensa a prendersela coi politici che col clero, per cui non esiste di fatto una maggioranza (nemmeno nel paese) in grado di alterare questo stato di cose.

Sulla Chiesa cattolica ho scritto in altri posti e spero di riportare in tempi ragionevoli su questo blog il mio pensiero, ma in fondo quello che serve alla mia argomentazione è: se esiste una libertà di culto, esiste anche un diritto alla religione? L’articolo 19 ed il 20 della nostra Costituzione parlano di diritto alla professione di fede e di esenzione da gravami fiscali per la sua costituzione. In altri paesi invece esiste una libertà di culto “purché tu lo faccia coi tuoi soldi”: lo stesso sistema che propongono i radicali.

Queste libertà “coi propri soldi” sono la negazione dello stato di diritto, oltre che del principio di solidarietà che sottende il vivere insieme. La cultura, la religione, la salute, la politica sono e devono essere finanziate con soldi pubblici, altrimenti sono libertà de iure ma non de facto. Eppure la continua rivendicazione della libertà non finanziata dallo Stato ha portato, dopo la storica avversione al meccanismo dell’8 per mille che comunque non ha dato risultati reali, alla rivendicazione in altri ambiti del fatto che essere pagati per qualunque lavoro fosse immorale. In ambito religioso è quanto appena esposto. In ambito culturale è il celebre “con la cultura non si mangia” usato come alibi da molti governi per tagliare risorse al comparto culturale e a cascata a quello educativo (come se fossero la stessa cosa). Poi è montata l’onda chiamata “antipolitica” che se l’è presa contemporaneamente con la libertà di stampa sostenendo in maniera dialetticamente molto efficace che il finanziamento pubblico ai giornali fosse una cosa contraria al pluralismo e all’indipendenza, e con la politica, sostenendo che il sistema dei partiti e delle pubbliche amministrazioni dovesse subire un ridimensionamento o addirittura la totale sospensione dell’erogazione pubblica di denaro.

Dopo il crollo dei regimi comunisti (o a socialismo reale che dir si voglia) c’è stata una impennata del liberismo, soprattutto in campo economico, per la naturale mancanza di concorrenti. Questo liberismo si è innestato su una serie di altre crisi che, in Italia, hanno attraversato tutta la classe dirigente: imprenditoriale, culturale, politica, religiosa. La combinazione di “libero mercato” come finalità e non come mezzo, di cui è un brillante esponente ad esempio l’Istituto Bruno Leoni, o anche “Noisefromamerika”, con il sillogismo nefasto “siccome c’è un abuso su di un diritto, abroghiamo quel diritto” (i cui principali esponenti sono, a mio parere, “il fatto quotidiano” e Beppe Grillo, ammesso che abbia ancora senso distinguerli) hanno portato quindi a ritenere ragionevole:

  • non finanziare le chiese perché c’è un abuso
  • non finanziare la cultura né l’educazione perché ci sono baroni e altre categorie che vivono di rendita
  • non finanziare i partiti o i giornali perché sono casta
  • non finanziare i diritti dei lavoratori perché sono uno spreco di efficienza
  • non finanziare la sanità perché ci sono sprechi
  • non pagare le pensioni perché non ci sono i soldi

La cosa peggiore di questa situazione è il lavaggio del cervello che ci siamo fatti per ritenere ragionevoli, fondati, perseguibili e addirittura NECESSARI questi obiettivi. Parliamo ad esempio delle pensioni: si è passati dal sistema retributivo a quello contributivo, secondo i due principi enunciati sopra. Il primo è il liberismo nel senso peggiore del termine, ovvero “puoi fare quello che vuoi purché lo fai coi tuoi mezzi”, e infatti il sistema contributivo è proprio questo: tanto hai versato, tanto ti verrà restituito. Il che però trasforma lo Stato in una banca poco efficiente, e quindi decisamente inutile. Siccome questa giustificazione traballa, viene aggiunta la seconda: i conti pubblici sono scoppiati perché ci sono diversi abusi (super-pensioni, baby-pensioni, pluri-pensioni, eccetera), per cui bisogna necessariamente stringere la cinghia. Ovviamente a stringere la cinghia è sempre chi ha fame, non chi ha la pancia piena: è esperienza quotidiana di tutti notare che è più facile negare un diritto che revocare un privilegio.

Nota: in questo post non ci sono proposte alternative, le sto seminando qua e là perché il mio è un percorso di cui ancora ignoro l’approdo. Diffido di qualunque alternativa ad un sistema plurisecolare che venga riassunto in poche righe, o che venga ripescato dallo stesso passato da cui viene il sistema da cambiare. Non riesco a distinguere sostanzialmente fra liberismo e comunismo in economia, se non notando che il secondo è la brutta copia del primo.

 

 

 

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