Il fine giustifica i mezzi

(cioè, se i mezzi non funzionano, il fine è errato!)

Un paio di articoli

su 11/02/2013

Questo articolo e quest’altro meritano un commento piuttosto esteso.

Cominciamo col secondo, quello di Bill Gates: dice cose giuste, ma per chi si occupa di CSR piuttosto ovvie. La realtà va misurata per essere cambiata: siamo al positivismo, roba che ha un secolo e mezzo o due. E dice una cosa che dovrebbe essere chiara per chiunque, ma che spesso viene ignorata: non è la quantità di denaro investito (ci torniamo dopo) a fare la differenza, ma il come viene investito. Spesso però è più semplice affermare di “aver speso tot milioni di dollari” per un qualche obiettivo, anche se poi buona parte di quei soldi sono serviti a reggere la struttura stessa che li deve gestire, per cui di fatto servono solo all’auto-referenzialità delle organizzazioni.

Vediamo di capirci: bisogna fissare un obiettivo che abbia una scadenza (possibilmente vicina, non “entro la fine del millennio) e articolare questa finalità in una serie di “obiettivi operativi”: tot ospedali, tot malati, eccetera. Nessuna di queste due parti del problema, finalità e obiettivi operativi, da risultati senza l’altra. Contrariamente a quello che si pensa, il problema non è quasi mai il denaro per ottenere un risultato, perché esso è solo un mezzo al servizio di attività finalizzate. Se l’attività è mal concepita o peggio mal finalizzata, il denaro non fluisce e si ritiene che il problema sia dove trovarlo.

E questo ci porta al primo articolo, scritto decisamente meglio, perché da qualcuno che è “del mestiere”. Il problema non è cosa ma come, è una questione di “efficienza di impatto”. L’impatto di una azione è il risultato che questa azione causa in maniera non direttamente proporzionale allo sforzo impiegato ma direttamente in rapporto di causa-effetto. L’impatto, così definito, è variabile nel tempo e soprattutto in seguito ad altri eventi che hanno contribuito all’impatto. Pensiamo a come misurare la “bravura” e conseguentemente il valore di mercato di un calciatore: aldilà degli enormi effetti distorsivi presenti all’interno di questo mercato, è chiaro che questo valore non è una funzione della capacità di fare gol del giocatore (pensiamo ai portieri), ma dipende certamente anche da questo fattore. Se avete mai giocato a fantacalcio, vi renderete facilmente conto della differenza fra la quotazione di mercato e fantamercato del giocatore: questo dipende dal fatto chdefine nella realtà, dove pure gli effetti distorsivi possono essere maggiori, l’impatto è maggiore che nel fantacalcio.

Misurare l’impatto di una attività però è difficile, soprattutto a priori, perché nella pratica si tratta di considerare numerosi aspetti che viaggiano separati. Qui entra in gioco il concetto di misura: si tratta di definire esattamente cosa si misura, altrimenti è impossibile misurare l’efficienza.

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